Vitamina D bassa che non sale? Ecco perché il magnesio non basta

Ultima modifica

Preferisci ascoltare il riassunto audio?

Il magnesio può avere un ruolo soprattutto quando esiste una carenza vera e importante, ma non è la spiegazione universale né un rimedio dimostrato per una vitamina D che “non sale”. Prima di attribuire il problema a una presunta carenza nascosta, bisogna verificare come è stato misurato il valore, se l’esposizione solare era realmente efficace e, in caso di terapia, dose, formulazione e regolarità dell’assunzione.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Che cosa significa davvero “vitamina D bassa”

La 25-idrossivitamina D, indicata come 25(OH)D, è il principale indicatore dello stato vitaminico D. Un singolo risultato, però, va interpretato con cautela: metodi e laboratori diversi possono produrre valori falsamente bassi o alti. Anche le soglie non sono uniformi tra le istituzioni, quindi non ogni risultato inferiore a 30 ng/mL equivale automaticamente a una malattia.

Se devi confrontare più controlli, è preferibile utilizzare un laboratorio con metodiche standardizzate. Conta anche il momento del prelievo: nei pazienti a rischio di risposta insufficiente, può essere appropriato ripetere l’esame dopo circa 8-12 settimane dall’inizio della supplementazione, non dopo pochi giorni.

E il sole? Trascorrere tempo all’aperto non corrisponde a ricevere una dose prevedibile di raggi UVB. La produzione cutanea varia con stagione, orario, nuvole, inquinamento, pigmentazione, età e quantità di pelle esposta. Gli UVB, inoltre, non attraversano il vetro. Non esiste quindi una durata universale che garantisca un certo aumento della 25(OH)D, né è indicato prolungare l’esposizione senza protezione o ricorrere a lampade abbronzanti.

Il ruolo del magnesio, senza scorciatoie

Il magnesio partecipa come cofattore ad alcune reazioni coinvolte nel metabolismo della vitamina D. Questa funzione biochimica non dimostra, però, che assumere un integratore faccia aumentare la 25(OH)D nella popolazione generale.

Una carenza clinica severa di magnesio può alterare la forma attiva della vitamina D, la risposta del paratormone e l’equilibrio del calcio. Le evidenze derivano soprattutto da piccoli studi su persone con ipomagnesemia manifesta e condizioni cliniche rilevanti. In uno di questi, correggere il magnesio normalizzò calcio e magnesio, ma non aumentò significativamente la 25(OH)D.

Anche misurare le riserve non è semplice. Il magnesio nel sangue rappresenta meno dell’1% di quello corporeo e correla poco con le riserve totali. Un risultato normale non esclude con certezza una deplezione, ma non dimostra nemmeno una “carenza nascosta”: lo stato del magnesio è difficile da valutare e richiede di considerare insieme esami, condizioni cliniche, farmaci e fattori di rischio.

Che cosa mostrano gli studi sugli integratori

I pochi studi disponibili non danno una risposta uniforme. In un trial su 180 adulti, il magnesio non ha aumentato costantemente la 25(OH)D: l’effetto variava in base al valore iniziale ed era assente o incoerente ai livelli più bassi.

Un altro piccolo trial di 12 settimane ha osservato un incremento maggiore aggiungendo magnesio alla vitamina D in adulti con sovrappeso o obesità. Coinvolgeva però soltanto 95 persone e non ha mostrato effetti significativi sul paratormone o sui marcatori infiammatori. Il risultato non può essere generalizzato e un aumento del solo valore di laboratorio non prova un beneficio clinico.

Che cosa controllare prima

Quando la vitamina D rimane bassa nonostante una terapia prescritta, vanno verificati innanzitutto regolarità dell’assunzione, dose, formulazione e intervallo prima del controllo. Tra i fattori meglio documentati figurano obesità, malassorbimento dei grassi, celiachia, malattie infiammatorie intestinali, chirurgia bariatrica e farmaci come anticonvulsivanti e glucocorticoidi.

Non è prudente aggiungere autonomamente alte dosi di magnesio. Gli integratori possono causare diarrea, nausea e crampi; il rischio di tossicità cresce in presenza di insufficienza renale. Possono anche interferire con alcuni antibiotici e bisfosfonati.

È opportuno parlarne con il medico se i valori sono molto bassi o restano bassi nonostante una terapia assunta correttamente, oppure in presenza di dolore osseo, debolezza muscolare, fratture, sintomi di ipocalcemia, diarrea cronica, perdita di peso, precedente chirurgia bariatrica, malattie renali o epatiche e terapie potenzialmente interferenti.

Tutte le news di The WOM Healthy su Google

Tutti gli aggiornamenti su salute, alimentazione e benessere.

Seguici su Google
Articoli in evidenza