Vaccino tumore al pancreas: funziona davvero? La verità dai nuovi dati

Ultima modifica

Un vaccino pensato per stimolare le difese immunitarie contro alcune mutazioni del tumore del pancreas può ritardarne la ricomparsa? Nel confronto principale di uno studio su 144 persone, la risposta è stata non dimostrata: il tempo mediano senza ripresa della malattia è stato di 23,8 mesi con il vaccino e di 21,2 mesi nel gruppo di confronto. La differenza non ha raggiunto l’obiettivo statistico stabilito per lo studio.

La ricerca ha coinvolto persone con tumore del pancreas in stadio I-III e una mutazione del gene KRAS, senza ricomparsa della malattia nei sei mesi successivi alle terapie standard. Per capire il risultato, occorre distinguere quel confronto principale da altre analisi che suggeriscono un possibile effetto, ma non lo confermano.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Il risultato principale viene prima degli altri segnali

I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi: 96 hanno ricevuto camupepimut, chiamato anche ELI-002 7P, e 48 sono stati seguiti con cure standard o osservazione. L’esito principale era la sopravvivenza libera da malattia, cioè il tempo trascorso senza ricomparsa del tumore.

Il rapporto di rischio per questo esito è stato 0,85. È un valore numericamente favorevole al vaccino, ma il confronto complessivo non ha mostrato una differenza statisticamente convincente. I 2,6 mesi che separano i valori mediani non bastano, da soli, a stabilire che il trattamento abbia ritardato la ricomparsa della malattia.

A sei mesi, la quota di persone senza ripresa della malattia era del 75,7% nel gruppo vaccinato e del 61,7% nel gruppo di confronto: 14 punti percentuali di differenza. Questo intervallo coincideva con la somministrazione del vaccino e rende il dato interessante. Resta però un’analisi diversa dall’esito principale, con un risultato statistico vicino alla soglia convenzionale ma non sufficiente a cambiare la conclusione del confronto complessivo.

Da dove arrivano le differenze più marcate?

Un’analisi condotta dopo aver osservato i dati ha tenuto conto di altre caratteristiche dei partecipanti. In questo modello, il gruppo vaccinato risultava avere un rischio più basso di ripresa della malattia. È un segnale da verificare: un’analisi successiva, anche quando considera fattori importanti, non sostituisce l’esito principale definito prima dello studio.

La stessa analisi ha collegato una prognosi peggiore allo stadio III, a valori iniziali elevati di CA19-9 e alla presenza iniziale nel sangue di DNA proveniente dal tumore. Questi risultati aiutano a capire perché le caratteristiche di partenza possano pesare sul decorso. Non mostrano, però, che il vaccino funzioni proprio nelle persone con quei fattori.

Due analisi per sottogruppi, previste dallo studio, hanno indicato risultati favorevoli al vaccino nelle persone senza DNA tumorale rilevabile nel sangue all’inizio e in quelle che non avevano ricevuto radioterapia. Sono indizi utili per decidere quali domande approfondire, non una conferma di efficacia limitata a quei gruppi.

Una risposta immunitaria è un beneficio per il paziente?

Il vaccino è progettato per suscitare una risposta delle cellule T contro le forme mutate di KRAS. Tra 90 persone vaccinate valutate per questo aspetto, 89 hanno mostrato una risposta immunitaria specifica. In un’analisi su 15 persone, 13 hanno mostrato anche risposte contro altri bersagli tumorali: il fenomeno viene chiamato «diffusione della risposta antigenica».

Nel gruppo vaccinato, 74 persone su 90 hanno avuto una risposta delle cellule T superiore a 9,17 volte quella iniziale. In questo gruppo la sopravvivenza libera da malattia mediana non era stata raggiunta, mentre era di 6,08 mesi tra chi aveva una risposta inferiore alla soglia. La differenza è marcata, ma nasce da un confronto tra persone vaccinate con risposte immunitarie diverse, non dall’assegnazione casuale ai due trattamenti.

Questa associazione non permette quindi di concludere che sia stata la maggiore risposta delle cellule T a prolungare il tempo senza malattia. Mostra che risposta immunitaria e decorso sono risultati collegati nelle persone esaminate.

Il bilancio che resta

Gli eventi avversi di grado almeno 3 sono stati registrati in 10 persone su 96 nel gruppo vaccinato e in 7 su 48 nel gruppo di confronto. Gli eventi avversi gravi sono stati rispettivamente 6 e 4; quelli riportati riflettevano anche progressione della malattia o complicazioni chirurgiche. In questo studio, non emerge una maggiore frequenza di questi eventi nel gruppo trattato.

Il vaccino ha suscitato spesso la risposta immunitaria cercata e alcune analisi indicano dove potrebbe esserci un beneficio. La verifica decisiva, però, non ha dimostrato un prolungamento della sopravvivenza libera da malattia. Per ora, i segnali osservati servono soprattutto a impostare un nuovo confronto capace di metterli alla prova.

Fonte: Lymph node-targeted, mKRAS-specific amphiphile vaccine in pancreatic cancer: the randomized phase 2 AMPLIFY-7P trial

Tutte le news di The WOM Healthy su Google

Tutti gli aggiornamenti su salute, alimentazione e benessere.

Seguici su Google
Articoli in evidenza