Trascini i piedi? Perché non è solo l’età e cosa rivela il tuo passo

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Spalle che si curvano, passi che si accorciano, un piede che sembra non volersi alzare: sono segnali che molte persone notano in sé o in qualcuno vicino e tendono ad attribuire all’età o alla stanchezza. Il pensiero va spesso alla malattia di Parkinson, ma questo è solo uno degli scenari possibili, e arrivarci per esclusione richiede una valutazione medica che consideri insorgenza, progressione e tutto ciò che accompagna il difetto di andatura. La domanda che vale la pena fare è più concreta: che cosa sta davvero descrivendo quel modo di camminare?

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Tre pattern diversi, tre storie diverse

Il primo passo è distinguere come si manifesta il problema, perché “trascinare i piedi” non è una sola cosa.

Il passo corto e strisciato bilateralmente è quello che più si associa al parkinsonismo: entrambi i piedi rimangono vicini al suolo, le falcate si accorciano, il busto tende a inclinarsi in avanti. Il secondo pattern è il piede cadente, tipicamente monolaterale: un piede non si alza abbastanza perché i muscoli che sollevavano l’avampiede sono deboli. Questa debolezza della dorsiflessione può dipendere da un nervo compresso, da una radice nervosa irritata o da patologie del motoneurone: è un problema diverso dal passo parkinsoniano e va valutato come tale.

Il terzo pattern è quello di chi fatica ad avviare la marcia: i piedi sembrano incollati al pavimento, la partenza richiede più tentativi e le svolte diventano instabili. Questo quadro, soprattutto quando accompagnato da rallentamento cognitivo o difficoltà a controllare la vescica, orienta verso l’idrocefalo normoteso, una condizione in cui l’eccesso di liquido cerebrospinale altera le funzioni del cervello.

Quando pensare al parkinsonismo

La postura flessa e i passi corti fanno parte del quadro della malattia di Parkinson, ma da soli non bastano a riconoscerla. Quello che i criteri diagnostici richiedono è la presenza di bradicinesia, cioè una lentezza che non riguarda solo il camminare ma tutta la motricità, con movimenti ripetitivi che progressivamente perdono ampiezza e velocità. A questa si deve associare rigidità muscolare oppure tremore a riposo: senza almeno uno di questi elementi, la bradicinesia associata a rigidità o tremore non è soddisfatta la condizione minima per parlare di parkinsonismo.

Alcuni segni accessori rafforzano il sospetto quando il quadro è già coerente: la riduzione dell’oscillazione di un braccio durante la camminata, la difficoltà a girarsi, la micrografia, il tremore a riposo. Ma nessuno di questi è diagnostico da solo, e nessuno strumento domestico, esame del sangue o singola scansione cerebrale può sostituire la valutazione di uno specialista. La diagnosi deve essere clinica e affidata a chi è esperto nella diagnosi differenziale, anche perché esistono forme di parkinsonismo legate a farmaci o a lesioni vascolari che si comportano diversamente dalla malattia di Parkinson vera e propria.

Quando il problema è al midollo o alle radici

Un’andatura che peggiora progressivamente insieme a mani impacciate, perdita di destrezza, formicolii agli arti e riflessi vivaci può indicare una mielopatia cervicale, una compressione del midollo spinale nel tratto del collo. In questo caso il corpo manda segnali su più livelli contemporaneamente: le gambe diventano instabili, le mani perdono precisione, i riflessi si modificano. La diagnosi richiede la correlazione tra anamnesi, esame neurologico e risonanza magnetica.

Un quadro diverso è quello della radiculopatia o della neuropatia: debolezza o formicolio in distribuzione circoscritta, spesso monolaterale, che segue il percorso di un nervo o di una radice. Qui conta molto dove si trova il deficit e com’è cominciato.

I segnali che non possono aspettare

Alcune situazioni richiedono un giudizio medico rapido, indipendentemente da tutto il resto.

La comparsa improvvisa di trascinamento di una gamba, debolezza, asimmetria del volto o difficoltà nel parlare è un segnale di allarme per un possibile ictus: in questi casi è necessario chiamare il 118 senza aspettare di vedere se passa. L’assenza di dolore non riduce l’urgenza.

Un secondo segnale da non trascurare è la combinazione di dolore lombare irradiato alla gamba con nuovi disturbi della vescica, dell’intestino o della sensibilità nella zona perineale: questa costellazione di sintomi richiede valutazione immediata per escludere la sindrome della cauda equina, una compressione delle radici nervose lombosacrali che può causare danni permanenti se non trattata tempestivamente. Non bisogna aspettare l’incontinenza completa: anche solo la difficoltà ad avviare la minzione o la ridotta percezione del flusso sono già elementi rilevanti.

Che cosa cambia nella pratica

Un difetto di andatura che compare gradualmente, si associa ad altri sintomi neurologici o progredisce nel tempo merita una valutazione medica: né l’autodiagnosi né la correzione posturale volontaria aiutano a chiarire la causa, e intervenire sul sintomo senza averne capito l’origine può ritardare una diagnosi importante. Il modo in cui cammini non è solo questione di postura: è anche il modo in cui il sistema nervoso governa il movimento, e quando qualcosa cambia in modo persistente vale la pena capire perché.

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