STAREE e statine: ecco cosa cambia per chi ha 70 anni o più

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Se hai più di 70 anni e nessuna malattia cardiovascolare nota, probabilmente nessuno ti ha mai proposto di iniziare una statina. Non perché il colesterolo alto smetta di contare con l’età, ma perché mancavano prove solide su cosa succede a partire un trattamento del genere così tardi nella vita. Gli studi storici sulle statine avevano arruolato soprattutto persone più giovani o già malate di cuore.

Uno studio randomizzato pensato apposta per questa fascia d’età ha ora provato a colmare quel vuoto. Ha coinvolto quasi diecimila persone di almeno 70 anni, autonome, senza diabete, demenza o precedenti cardiovascolari, assegnate per caso ad atorvastatina 40 mg oppure a un placebo, senza che nessuno sapesse chi stava assumendo cosa. Il risultato che ne è emerso è più sfumato di un semplice “sì funziona” o “no non serve”, ed è proprio questa sfumatura a renderlo utile.

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Cosa mancava prima di questo studio

Le linee guida più recenti su colesterolo e prevenzione cardiovascolare già ammettevano che iniziare una statina oltre i 75 anni “può essere ragionevole”, ma lo dicevano con cautela, perché le prove randomizzate specifiche per questa età erano scarse. Molte indicazioni derivavano da sottogruppi di anziani dentro studi progettati per popolazioni più giovani, un terreno statisticamente più fragile.

Lo studio randomizzato descritto qui nasce proprio per rispondere a questa domanda specifica. Età media dei partecipanti 74,7 anni, poco più della metà donne, tutti in grado di vivere autonomamente e gestire le proprie attività quotidiane. Dopo quasi sei anni di osservazione, i ricercatori hanno guardato due cose diverse: quanti eventi cardiovascolari si erano verificati, e quante persone erano ancora vive, senza demenza e senza disabilità persistente.

Meno infarti e ictus, ma non più anni di vita autonoma

Sul primo fronte il farmaco ha funzionato. Il rischio di morte cardiovascolare, infarto, ictus non fatale o necessità di intervento sulle coronarie si è ridotto del 30% rispetto al placebo. In termini assoluti, gli eventi hanno colpito il 6,0% di chi assumeva atorvastatina contro l’8,3% di chi assumeva placebo.

Quella differenza assoluta di circa 2,3 punti percentuali equivale, indicativamente, a dover trattare circa 44 persone per quasi sei anni per evitare un evento cardiovascolare in una di loro. Non è un numero enorme, ma nemmeno trascurabile per una popolazione senza precedenti di malattia cardiaca.

Il secondo risultato, però, ridimensiona l’entusiasmo. La sopravvivenza libera da morte, demenza o disabilità fisica persistente non ha registrato un miglioramento statisticamente significativo: 637 eventi nel gruppo trattato contro 676 nel gruppo placebo, una differenza che il calcolo statistico non può distinguere dal caso. Prevenire un infarto o un ictus è un traguardo clinico reale, ma qui non si è tradotto in più anni vissuti senza demenza o dipendenza da altri.

Sicurezza: nessuna sorpresa allarmante, ma non irrilevanza

Gli eventi avversi gravi complessivi sono risultati identici nei due gruppi, il 2,7% in entrambi i casi. Alcune categorie specifiche di eventi avversi però, in particolare quelli muscoloscheletrici, epatobiliari e legati al metabolismo del glucosio, sono comparse più spesso con atorvastatina. Non un segnale di allarme, ma nemmeno la prova che il farmaco sia privo di conseguenze da monitorare, specialmente in chi assume già altri farmaci.

C’è poi un limite che riguarda a chi si possono applicare questi risultati. I partecipanti erano anziani autonomi, relativamente sani, con un’aspettativa di vita presunta di almeno cinque anni: erano esclusi chi aveva diabete, malattie renali o epatiche significative, o condizioni con prognosi più breve. Il 98% dei partecipanti era di etnia bianca, un altro motivo per non estendere automaticamente le conclusioni a popolazioni diverse.

Quello che cambia, dunque, non è la certezza che tutti debbano iniziare una statina dopo i 70 anni, ma la qualità dell’informazione disponibile per decidere caso per caso. Sapere che il farmaco riduce gli eventi cardiovascolari ma non prolunga in modo dimostrabile la vita libera da disabilità è un dato che un medico può ora usare in una conversazione concreta, insieme al rischio cardiovascolare della persona, alla sua aspettativa di vita, alla fragilità, ai farmaci già in uso e a quanto quella persona valuta il rischio di un evento cardiaco rispetto al peso di assumere un farmaco in più ogni giorno. È una decisione che si costruisce insieme, non una casella da spuntare per età.

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