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Immaginate di essere fermati per un controllo stradale, di non aver toccato un goccio di alcol per settimane, eppure di risultare positivi all’alcoltest con valori da capogiro. Per anni, le persone che riferivano episodi di ebbrezza senza aver bevuto sono state accolte con scetticismo, spesso etichettate come “bevitori clandestini” da medici e familiari.
Forse abbiamo un po’ esagerato nel dipingere la scena iniziale, ma di fatto oggi la scienza conferma che qualcosa del genere può succedere davvero.
Una recente ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Microbiology ha fatto luce sulla sindrome della fermentazione intestinale (Auto-Brewery Syndrome o ABS), una condizione rara ma profondamente invalidante in cui l’intestino si trasforma in una vera e propria distilleria clandestina.

Come funziona la “distilleria interna”
Il processo è tanto affascinante quanto problematico: dopo aver consumato carboidrati fermentabili come pasta, pane, dolci o patate, alcuni microrganismi presenti nell’intestino iniziano a fermentare questi zuccheri, trasformandoli in etanolo.
I sintomi compaiono solitamente tra le 2 e le 6 ore dopo il pasto. Al contrario, quando queste persone digiunano o seguono una dieta iperproteica, i sintomi scompaiono del tutto. Nello studio citato, i pazienti presentavano livelli di alcol nel sangue mediamente superiori a 130 mg/dL (ben oltre il limite legale per la guida), manifestando tutti i segni tipici dell’intossicazione: confusione, biascicamento e perdita di coordinazione.
La svolta: i colpevoli non sono i funghi
Per decenni si è pensato che la causa principale dell’ABS fosse la crescita eccessiva di funghi come la Candida, tuttavia questo nuovo studio ribalta le carte in tavola. Attraverso analisi genetiche avanzate del microbiota intestinale, i ricercatori hanno scoperto che i veri responsabili sono spesso i batteri, in particolare varianti specifiche di Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae.
Questa scoperta ha implicazioni pratiche fondamentali per la cura. Testando diverse sostanze, i ricercatori hanno visto che l’uso di cloramfenicolo (un antibiotico) bloccava la produzione di alcol, mentre i comuni antimicotici erano inefficaci. Questo spiega perché molti trattamenti del passato abbiano fallito: stavamo bersagliando il colpevole sbagliato.
Diagnosi e nuove speranze terapeutiche
Diagnosticare questa sindrome richiede un protocollo rigoroso chiamato “test da carico di carboidrati”. Sotto costante supervisione medica, il paziente assume una dose controllata di glucosio e viene monitorato per diverse ore.
Sul fronte della terapia, il primo passo è sempre la modifica della dieta, riducendo drasticamente i carboidrati. Nei casi più resistenti, si ricorre ad antibiotici mirati come la rifaximina o la neomicina.
Una frontiera entusiasmante è rappresentata dal trapianto di microbiota fecale. Lo studio riporta il caso di un paziente guarito completamente dopo aver ricevuto un trapianto di batteri “sani” da un donatore, riuscendo a rimpiazzare i ceppi produttori di alcol e tornando a una vita normale dopo oltre 16 mesi di assenza di sintomi.
Perché questa scoperta è importante per tutti
Questo studio non è solo una curiosità medica su una malattia rara. La scoperta che i batteri intestinali possono produrre alcol in modo silenzioso apre nuovi scenari sulla comprensione delle malattie del fegato.
Già uno studio del 2019 aveva dimostrato come ceppi aggressivi di K. pneumoniae potessero causare danni simili alla steatosi epatica (il fegato grasso) anche in chi non tocca alcol.
In conclusione, questa ricerca conferma una tendenza crescente nella medicina moderna: l’equilibrio del nostro microbiota intestinale non influenza solo la digestione, ma può avere effetti sistemici profondi. Sebbene la sindrome della distilleria automatica rimanga rara, i risultati suggeriscono che una produzione cronica e di basso livello di alcol da parte dei batteri potrebbe contribuire a malattie metaboliche del fegato molto più comuni di quanto pensassimo. Per chi soffre di questa sindrome, oggi la scienza non offre più solo scetticismo, ma prove concrete e cure finalmente efficaci.
Fonte: medscape.com