Pasta: quante volte alla settimana si può mangiare?

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La domanda “quante volte a settimana” presuppone che esista un numero giusto, uguale per tutti, scritto da qualche parte in una linea guida. Non è così. Le indicazioni ufficiali italiane non fissano nessun tetto settimanale per la pasta: per un adulto sano può comparire anche tutti i giorni, a pranzo come a cena.

Il punto è capire perché una risposta così libera non sia un’approssimazione, ma il modo corretto di leggere le raccomandazioni.

Piatto di pasta

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Perché non esiste un numero fisso

Le linee guida italiane per una sana alimentazione non trattano la pasta come una voce a sé. La collocano insieme a riso, farro, orzo e altri cereali in un unico gruppo, per il quale il CREA indica 1–2 porzioni al giorno con un fabbisogno di riferimento di 2000 kcal.

Questo significa che quelle 1-2 porzioni non vanno sommate per ogni cereale: sono alternative tra loro. Un piatto di pasta a pranzo e uno di riso a cena, nello stesso giorno, possono già coprire l’indicazione. Chi mangia pasta anche ogni giorno non sta quindi sforando nessuna soglia, a patto che sostituisca l’altro cereale previsto e non lo aggiunga.

Cambia la domanda utile: non “quante volte”, ma “quanta pasta rispetto a tutto il resto dei cereali che mangio nella stessa giornata o nella stessa settimana”.

Quanto conta la porzione rispetto alla frequenza

Se la frequenza è flessibile, la quantità per pasto è il riferimento più concreto. Lo standard tecnico usato in Italia è 80 grammi pesati a crudo per la pasta secca; per quella fresca all’uovo il riferimento sale a 100 grammi, per quella ripiena a 125 grammi, secondo gli standard quantitativi delle porzioni della Società Italiana di Nutrizione Umana.

Questi numeri sono un punto di partenza tecnico, non una misura valida per chiunque nello stesso modo. Età, corporatura, livello di attività fisica ed eventuali condizioni cliniche cambiano quanto ha senso mettere nel piatto. La stessa porzione standard può essere generosa per una persona sedentaria e insufficiente per chi si allena tutti i giorni.

Anche il condimento pesa quanto la pasta stessa. Una porzione di 80 grammi con verdure e un filo d’olio racconta una storia metabolica diversa dalla stessa quantità affogata in panna e formaggio. Le indicazioni su porzioni e frequenze hanno senso solo se lette insieme al fabbisogno energetico individuale e al resto della giornata alimentare, non come regole isolate.

Il dettaglio che cambia la qualità: integrale sì, ma non è tossica quella raffinata

Dentro il margine di libertà sulla frequenza, un criterio distingue le scelte migliori: la fonte del cereale. Le linee guida suggeriscono che almeno metà delle porzioni di cereali consumate sia integrale, in linea con la raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di ricavare i carboidrati soprattutto da cereali integrali, verdura, frutta e legumi.

Questo riguarda la qualità complessiva della dieta, non trasforma la pasta raffinata in un alimento da evitare. Un dato aiuta a ridimensionare un timore diffuso: una revisione di studi controllati, condotta soprattutto su adulti di mezza età con sovrappeso o diabete, ha confrontato diete a basso e alto indice glicemico e non ha trovato che la pasta causasse aumento di peso; anzi, nel gruppo a basso indice glicemico si osservava un calo medio di circa 0,63 kg in dodici settimane. È un effetto piccolo, ottenuto nel contesto di un intero modello alimentare e non della pasta mangiata da sola: non basta per dire che la pasta fa dimagrire, ma nemmeno per dire che ingrassi di per sé.

Quando la regola generale non basta

Per due condizioni, la libertà descritta finora si restringe davvero. Nel diabete non esiste una frequenza universale della pasta: quantità, distribuzione dei carboidrati nella giornata e risposta glicemica personale vanno definite con chi segue la terapia, soprattutto per chi usa insulina o farmaci che possono causare ipoglicemia.

Nella celiachia il discorso cambia natura: la comune pasta di frumento va sostituita con prodotti rigorosamente senza glutine, in modo permanente. Un punto di sicurezza da tenere fermo: se la celiachia è solo sospettata e non ancora accertata, eliminare il glutine prima degli esami può rendere i test diagnostici falsamente negativi, rendendo più difficile arrivare a una diagnosi corretta.

Fuori da queste due situazioni specifiche, la risposta resta quella con cui si è aperto il ragionamento: non un calendario da rispettare, ma un equilibrio da costruire pasto dopo pasto, tra porzione, condimento, varietà dei cereali e quanto quella porzione pesa nel resto della giornata.

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