Pasta, riso o patate: sai chi vince la sfida della glicemia?

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Riso, pasta e patate stanno sulle tavole di quasi tutti, ma non si comportano allo stesso modo una volta ingeriti: la velocità con cui cedono i loro zuccheri al sangue può differire parecchio. La domanda che viene spontanea è se esiste una scelta sensata tra le tre, o se si tratta di sfumature trascurabili. La risposta è che per la glicemia qualcosa da dire c’è, mentre per il girovita il discorso è più scomodo di quanto si vorrebbe.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Perché la pasta parte avvantaggiata sul picco glicemico

L’indice glicemico misura quanto velocemente un alimento alza la glicemia rispetto a uno standard. Ebbene, la pasta è generalmente classificata come alimento a basso indice glicemico, mentre il riso distribuisce le sue varietà nelle tre categorie: basso, medio e alto. La maggior parte delle varietà di patate testate si colloca invece nella fascia alta.

Questo non è un verdetto definitivo su nessuno dei tre alimenti. È una graduatoria media ricavata da test controllati su singoli cibi, non una previsione di ciò che succede nel tuo piatto di tutti i giorni.

Quanto conta, davvero, e quando smette di contare

Il picco glicemico non dipende solo dall’indice glicemico dell’alimento, ma anche dalla quantità di carboidrati consumata: il concetto si chiama carico glicemico, ed è il prodotto dei due fattori. Una porzione abbondante di pasta può generare un carico simile a una porzione contenuta di riso ad alto indice glicemico. Usare l’indice glicemico come unico criterio senza considerare quanta roba c’è nel piatto è un errore comune.

Poi c’è la struttura dell’alimento che influisce sulla velocità di digestione dell’amido: il tipo di amido, il grado di gelatinizzazione durante la cottura, la presenza di proteine e fibre che rallentano l’assorbimento. È in parte per questo che la pasta al dente tende a rispondere in modo più favorevole della pasta scotta, e che una patata bollita si comporta diversamente da una arrosto. Il condimento e gli altri alimenti del pasto modificano ulteriormente la risposta, ma aggiungere molti grassi per rallentare il picco glicemico aumenta anche l’apporto energetico: non è uno scambio conveniente.

Per le persone con diabete, scegliere sistematicamente alimenti con indice e carico glicemico più bassi produce in media una riduzione modesta dell’emoglobina glicata di circa 0,31 punti percentuali rispetto a modelli alimentari con valori più alti. L’effetto riguarda il modello complessivo di alimentazione, non la singola sostituzione di riso con pasta.

Dove la scelta dell’amido non decide nulla: il girovita

Qui il territorio cambia. Scegliere un alimento a basso indice glicemico non determina da solo una riduzione clinicamente significativa del peso o della circonferenza vita. Una revisione che ha analizzato oltre mille partecipanti ha trovato differenze di peso piccole e compatibili con l’assenza di effetto rispetto ad altri modelli alimentari. Allo stesso modo, la pasta non risulta intrinsecamente associata ad aumento di peso, ma non ha nemmeno un effetto dimostrato sul girovita: la differenza di centimetri osservata nei trial era statisticamente non significativa.

Per ridurre il girovita ciò che conta è che il modello alimentare generi nel tempo un deficit energetico, e nessuna distribuzione specifica dei macronutrienti è risultata universalmente superiore. Pasta, riso e patate contribuiscono all’apporto calorico totale in funzione di quantità e preparazione, non per una loro proprietà intrinseca di far ingrassare o dimagrire.

Cosa resta di concreto da portare a tavola

Le linee guida spingono verso fonti di carboidrati minimamente processate e ricche di fibra: cereali integrali e legumi al posto dei cereali raffinati. La scelta integrale vale per la qualità nutrizionale complessiva, non come garanzia di indice glicemico basso: anche i cereali integrali mostrano valori molto variabili, e “integrale” non significa automaticamente meglio sul picco.

Le porzioni di riferimento italiane sono 80 grammi a crudo per pasta e riso, 200 grammi per le patate, che contengono molta più acqua. Sono punti di orientamento per costruire una dieta equilibrata, non prescrizioni valide per chiunque né quantità equivalenti in termini di carboidrati.

Se hai il diabete e stai valutando cambiamenti importanti nella quantità di carboidrati che consumi, il confronto con il tuo team curante è necessario, soprattutto se assumi farmaci o insulina che richiedono un equilibrio preciso con ciò che mangi.

Alla fine, la distinzione tra pasta, riso e patate ha senso per orientare la risposta glicemica acuta, e in quel contesto la pasta di semola parte mediamente meglio. Ma trattarla come una chiave per il girovita significa cercare la risposta nel posto sbagliato.

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