Pancia gonfia dopo i 50 anni? No, non è colpa del microbiota

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Il gonfiore dopo i 50 anni non è necessariamente causato dal microbiota, né l’intestino cambia all’improvviso al compimento del cinquantesimo compleanno. Se il disturbo è recente, persistente o peggiora, non conviene attribuirlo semplicemente all’età: tra le possibili spiegazioni ci sono stipsi, intolleranze specifiche e alterazioni della motilità o della sensibilità intestinale. L’alimentazione può aiutare, ma va adattata alla causa e alla tolleranza personale.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Come cambia davvero il microbiota

Con l’invecchiamento possono modificarsi le popolazioni di microrganismi che vivono nell’intestino. Le differenze del microbiota associate all’età, però, sono molto variabili e dipendono anche da dieta, farmaci, salute generale, luogo in cui si vive e condizioni di vita.

Non esiste quindi un unico microbiota “giovane” o “ideale” da ripristinare. Anche una maggiore diversità dei microrganismi non è, da sola, una garanzia di buona salute. Nelle donne, inoltre, non è dimostrato che la menopausa provochi una perdita generale e riproducibile della diversità intestinale, né che eventuali cambiamenti siano la causa diretta del gonfiore.

Per lo stesso motivo, i test commerciali eseguiti sulle feci non permettono di stabilire in modo affidabile quali batteri “mancano”, individuare la causa dei sintomi o prescrivere una dieta personalizzata. La loro utilità clinica resta limitata.

Gonfiore e distensione non sono solo gas

Il gonfiore è la sensazione di pressione, pienezza o tensione addominale. La distensione, invece, è un aumento visibile della circonferenza della pancia. Possono presentarsi insieme oppure separatamente e comparire anche senza un’eccessiva quantità di gas.

A provocare o amplificare i sintomi possono contribuire la stipsi, la difficoltà dell’intestino a muovere il contenuto, una maggiore sensibilità viscerale, alcune intolleranze ai carboidrati, la celiachia o disturbi del pavimento pelvico. Non tutte le persone hanno quindi bisogno degli stessi esami o delle stesse esclusioni alimentari.

Anche i probiotici non rappresentano una soluzione universale. Gli eventuali effetti dipendono da ceppo, dose e problema specifico, mentre non esistono basi sufficienti per consigliarli genericamente contro la pancia gonfia.

Cosa portare a tavola

Una dieta mediterranea varia, con verdure, frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca, olio d’oliva e pesce, è un modello ragionevole per la salute generale e può influenzare alcune componenti del microbiota. Non è però dimostrato che “sgonfi” specificamente la pancia dopo i 50 anni.

La tolleranza conta. Legumi, frumento, cipolla e aglio, pur facendo parte di questo modello alimentare, possono accentuare i disturbi in alcune persone sensibili ai FODMAP, carboidrati fermentabili presenti in diversi alimenti.

Se il gonfiore accompagna la stipsi, correggere quest’ultima fa parte del trattamento. In presenza di intestino irritabile, fibre solubili come psillio e avena sono meglio supportate della crusca. La quantità deve essere aumentata gradualmente, perché incrementi bruschi possono peggiorare gas, crampi e tensione.

La dieta low-FODMAP può aiutare alcune persone con sindrome dell’intestino irritabile, ma non è una dieta generica né permanente. Prevede una restrizione temporanea di quattro-sei settimane, seguita dalla reintroduzione degli alimenti e dalla personalizzazione, preferibilmente con un dietista esperto.

Quando è opportuno farsi valutare

Un gonfiore nuovo, persistente o in peggioramento dopo i 50 anni merita una valutazione medica, soprattutto se associato a perdita di peso involontaria, sangue nelle feci, vomito, difficoltà a deglutire, dolore intenso, diarrea cronica o familiarità per importanti malattie gastrointestinali.

Nelle donne e nelle persone con ovaie, una distensione frequente o persistente, in particolare oltre 12 episodi al mese, richiede attenzione se compare insieme a sazietà precoce, dolore addominale o pelvico oppure urgenza urinaria. In questi casi modificare da soli la dieta non sostituisce l’inquadramento clinico.

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