Nebbia mentale? Occhio a questi farmaci comuni (non è l’età)

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Se negli ultimi tempi ti senti meno lucido o noti qualche vuoto di memoria in più, è naturale chiederti se c’entrino le medicine che prendi. A volte sì. Alcuni farmaci di uso comune possono favorire sonnolenza e confusione e, nelle persone anziane, una vera compromissione delle capacità cognitive. A fare la differenza non è tanto il disturbo per cui li prendi, quanto il modo in cui agiscono: due medicinali usati per lo stesso scopo possono avere effetti molto diversi sulla mente.

C’è però una precisazione che cambia il modo di muoversi. Un sintomo comparso mentre prendi un farmaco non dimostra che sia quel farmaco a causarlo. Per capirlo serve una revisione della terapia insieme a un professionista. Sospendere le medicine da solo non è la strada giusta.

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Stesso scopo, effetti diversi sulla mente

Molti dei medicinali in questione hanno un’azione detta anticolinergica. Bloccano cioè l’acetilcolina, una sostanza che le cellule nervose usano per comunicare tra loro. Altri hanno un effetto sedativo, cioè rallentano l’attività del sistema nervoso. Alcuni fanno entrambe le cose.

La lista di riferimento che i geriatri usano per segnalare i farmaci da maneggiare con cautela dopo i 65 anni mette in evidenza tre gruppi:

  • gli antistaminici di prima generazione, come difenidramina, doxilamina e idrossizina, che negli anziani possono favorire confusione per i loro effetti anticolinergici;
  • alcuni antidepressivi con forte attività anticolinergica e proprietà sedative, come amitriptilina e paroxetina;
  • le benzodiazepine, come diazepam e lorazepam, che aumentano il rischio di compromissione cognitiva e di delirium (uno stato di confusione acuta), e i sonniferi non benzodiazepinici come lo zolpidem, che possono anch’essi favorire il delirium.

Il rischio descritto riguarda queste molecole, non tutti gli antistaminici né tutti gli antidepressivi. La lista è pensata per chi ha 65 anni o più e non vieta di prescrivere questi farmaci: indica dove serve una valutazione più attenta.

Gli studi, poi, misurano fenomeni distinti: sedazione, confusione, compromissione cognitiva e delirium. Quella che chiami nebbia mentale può somigliare a uno di questi, ma non corrisponde a un’unica condizione definita.

Perché la revisione deve includere anche ciò che compri da solo

Il modo per capire se un farmaco ha un ruolo è una revisione strutturata della terapia. Si passano in rassegna tutti i medicinali che assumi, anche quelli senza ricetta, il motivo per cui li prendi, i possibili effetti indesiderati e le tue preoccupazioni.

È raccomandata soprattutto quando si prendono più farmaci insieme, quando si ha una malattia cronica o in età avanzata. Può condurla il medico, ma anche un altro professionista competente, per esempio il farmacista.

La revisione serve a stabilire se ogni farmaco è ancora appropriato per te. Da sola non dimostra che i sintomi dipendano da una medicina. E non garantisce che cambiarla li faccia sparire.

Che cosa si sa davvero sul togliere un anticolinergico

Qui le aspettative vanno misurate. Gli interventi di riduzione del carico anticolinergico negli anziani sono stati valutati in tre studi controllati, con 299 partecipanti in tutto, seguiti per uno-tre mesi. I risultati hanno una certezza molto bassa e non permettono di dire se la memoria migliori o si conservi meglio.

Manca quindi la prova di un beneficio generale, che è diverso dal dire che il beneficio non esiste. Per una singola persona una modifica mirata può comunque avere senso. Nessuno però può prometterti un recupero completo o tempi precisi.

Lo stesso vale per la paura più grande, quella della demenza. Gli studi osservazionali trovano un legame tra carico anticolinergico e declino cognitivo negli anni successivi, con una certezza bassa. È un’associazione, non una causa, e riguarda un rischio futuro, diverso dagli effetti che si avvertono mentre si prende il farmaco.

I farmaci per la vescica iperattiva, come ossibutinina e tolterodina, mostrano bene questa incertezza. Otto studi controllati di breve durata, condotti soprattutto su donne anziane, non trovano un effetto significativo sulla cognizione. Gli studi di popolazione a lungo termine segnalano invece associazioni con declino cognitivo o demenza. Nessuno dei due risultati basta a provare un danno o la sicurezza di questi farmaci.

Quando la confusione non può aspettare

C’è una distinzione che conta più di qualsiasi elenco di farmaci. Una confusione comparsa improvvisamente richiede assistenza medica immediata e non va attribuita per conto proprio a una medicina. Le difficoltà di memoria che si sviluppano gradualmente meritano invece una visita programmata.

Se prendi benzodiazepine, c’è un’avvertenza in più. Quando è probabile che l’organismo si sia abituato al farmaco, cioè che si sia sviluppata una dipendenza fisica, le benzodiazepine non devono essere interrotte bruscamente. Lo stop improvviso può provocare un’astinenza grave.

Per questo l’eventuale riduzione va pianificata e seguita dal medico. La raccomandazione è forte, anche se le prove su quale sia il modo migliore di scalare il farmaco sono ancora poche.

Prendere benzodiazepine insieme ad alcol o a oppioidi aumenta il rischio di un rallentamento eccessivo del sistema nervoso. Le conseguenze possono andare ben oltre la sonnolenza e diventare gravi. È un rischio per la sicurezza, molto più serio della semplice nebbia mentale.

Il sospetto che una medicina ti annebbi è ragionevole e merita attenzione. La stessa revisione che può individuare un farmaco poco adatto a te è anche quella che permette di cambiarlo in sicurezza, evitando i rischi di un’interruzione improvvisa.

Fonti

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