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Se passi molte ore in piedi con ai piedi zoccoli di gomma o sandali aperti, chiederti quale dei due stanchi meno l’arco plantare è ragionevole. La calzatura è la cosa più facile da cambiare, e a prima vista sembra un confronto semplice tra due tipi di scarpa.
La ricerca disponibile, però, non contiene un confronto clinico diretto tra zoccoli e sandali sull’affaticamento dell’arco. Per questo oggi non si può indicare un vincitore tra le due categorie. Questo non vuol dire che le due calzature siano equivalenti: la domanda resta aperta.
Qualcosa di utile emerge comunque, ma riguarda i singoli modelli più che le categorie. Sotto la parola “sandalo” stanno oggetti molto diversi: un’infradito piatta non è un sandalo con l’appoggio modellato come un plantare. I risultati ottenuti con uno valgono per quello.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Gli studi misurano il dolore, non la stanchezza
Gli studi clinici più pertinenti hanno coinvolto persone con dolore plantare al tallone, cioè persone che avevano già un disturbo. Hanno misurato quanto il dolore si riduceva e quanto miglioravano i movimenti di tutti i giorni. Non hanno studiato persone sane con il piede stanco.
La differenza conta, perché si tratta di tre cose diverse: il dolore al tallone di chi ha un problema, la stanchezza che senti a fine giornata e l’affaticamento muscolare misurato con strumenti. Le prove disponibili riguardano quasi solo la prima. Trasferirle alle altre due sarebbe un salto che i dati non autorizzano.
Anche dentro questo ambito ristretto i risultati vanno in direzioni diverse. Per capire perché, conviene guardare che cosa è stato confrontato davvero.
Perché il risultato di un sandalo non vale per tutti
In uno studio randomizzato su 150 adulti con dolore al tallone, chi ha indossato per 12 settimane uno specifico sandalo sagomato ha riferito più spesso un miglioramento rilevante rispetto a chi portava un’infradito piatta. Il miglioramento è stato riferito dal 61% del primo gruppo contro il 34% del secondo.
Il dato è interessante, ma ha dei limiti. I partecipanti sapevano quale calzatura indossavano, il prodotto testato era uno solo e lo studio aveva anche un finanziamento industriale. Inoltre misura il miglioramento del dolore: dice poco sulla prevenzione o sulla fatica dell’arco, e niente sugli zoccoli.
Un trial più recente su 80 persone con dolore persistente al tallone ha provato inserti personalizzati applicati alle infradito confrontandoli con inserti simulati, cioè senza una vera funzione di sostegno. Su dolore e funzione non è emersa alcuna differenza, né a 6 e 12 settimane né quattro settimane dopo la fine dello studio.
I due studi non si smentiscono a vicenda, perché hanno testato dispositivi diversi contro confronti diversi. Letti insieme, però, mostrano che il beneficio osservato con un modello non si estende automaticamente a tutti i sandali con l’arco modellato. Tanto meno agli zoccoli, che in queste ricerche non compaiono.
Il quadro dei plantari aggiunge un elemento di contesto. Una linea guida clinica sulla fascite plantare sconsiglia i plantari come trattamento isolato per alleviare il dolore a breve termine, perché usati da soli hanno mostrato un effetto piccolo o assente. Ne ammette invece l’uso insieme ad altri trattamenti. Il dato riguarda i plantari, non le calzature che ne incorporano uno.
Che cosa cercare se il tallone fa già male
Per chi ha la fascite plantare, il servizio sanitario britannico consiglia calzature con tallone ammortizzato e buon sostegno dell’arco. Sconsiglia invece infradito e ciabatte prive di sostegno nella parte posteriore.
La raccomandazione descrive caratteristiche della calzatura, non una categoria. Non stabilisce che gli zoccoli siano migliori dei sandali, né che ogni sandalo aperto faccia male. Indica che cosa guardare in una scarpa quando il dolore è già presente.
Può sembrare in contrasto con lo studio favorevole, che riguardava proprio un’infradito. In realtà le due indicazioni parlano di oggetti diversi: da una parte le infradito comuni, dall’altra un prodotto con un appoggio sagomato specifico. Nessuna delle due prevale sull’altra, perché cambiano il prodotto e il livello di generalità.
Quando cambiare scarpe non basta
Alcuni segnali indicano che il problema va oltre la calzatura e richiede una valutazione medica, invece del solo cambio di scarpe:
- dolore alla pianta del piede intenso o che ritorna;
- formicolio o perdita di sensibilità;
- dolore che limita le attività quotidiane o peggiora;
- dolore che non migliora dopo circa due settimane di gestione in autonomia;
- presenza di diabete, che richiede un’attenzione particolare.
Le due settimane sono un’indicazione pratica per decidere quando chiedere un parere, non una soglia oltre la quale il disturbo diventa grave.
Se invece senti solo il piede stanco a fine giornata, senza dolore, gli studi non dicono se sia meglio lo zoccolo o il sandalo. Quello che la ricerca permette di dire riguarda le persone che hanno già male, e riguarda modelli precisi, non l’etichetta “zoccolo” o “sandalo”.
Fonti
- Orthosis-Shaped Sandals Are as Efficacious as In-Shoe Orthoses and Better than Flat Sandals for Plantar Heel Pain: A Randomized Control Trial | PLOS One
- Plantar fasciitis – NHS
- Effects of insoles adapted in flip-flop sandals in patients with persistent plantar heel pain: A sham-controlled randomised trial – Marina Gomes Fagundes, André Augusto Martines Teixeira Mendes, Vinícius Fernandes Bezerra, Weslley Robson Marques Silva de Freitas, Rodrigo Scattone Silva, André Pontes-Silva, Germanna de Medeiros Barbosa, Marcelo Cardoso de Souza, 2024
- Heel Pain – Plantar Fasciitis: Revision 2023
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