Mal di gola: meglio ibuprofene o paracetamolo? No, non sono uguali

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Quando la gola brucia al punto che ogni sorso costa fatica, la domanda diventa pratica: quale antidolorifico prendere? Fra ibuprofene e paracetamolo un confronto esiste davvero. Alcuni piccoli studi su adulti con tonsillofaringite, cioè infiammazione di gola e tonsille, hanno osservato un maggiore sollievo del dolore nelle prime sei ore con l’ibuprofene.

Quel risultato riguarda però una finestra di tempo precisa e un vantaggio descritto come lieve. Gli stessi studi lasciano senza risposta la domanda su quali persone, o quali tipi di mal di gola, ne traggano più beneficio. Per questo, più che l’intensità del dolore, a orientare la scelta è soprattutto la tua situazione di salute.

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Che cosa hanno misurato davvero gli studi

I confronti più citati sono due, con 120 e 113 adulti, e mettevano a confronto 400 milligrammi di ibuprofene con 1.000 milligrammi di paracetamolo. Hanno valutato soprattutto il sollievo nelle ore successive alla dose, con una differenza statisticamente significativa a favore dell’ibuprofene. Quelle dosi descrivono la sperimentazione e non sono uno schema da seguire a casa.

Una differenza statisticamente significativa e una differenza che si avverte davvero sono due cose distinte. I dati disponibili non permettono di stabilire quanto quel vantaggio cambi la giornata di chi ha mal di gola. Il vantaggio è stato giudicato lieve, ed entrambi i farmaci restano raccomandati.

Quello che gli studi descrivono è un sollievo a breve termine. Restano senza prova una guarigione più rapida, un beneficio esteso a tutti e criteri validati per scegliere in base a placche, tonsille gonfie o dolore molto forte. Nei bambini le evidenze raccolte separatamente non documentano una superiorità generale, quindi il risultato sugli adulti va tenuto distinto.

Perché il paracetamolo resta spesso la prima opzione

Una linea guida britannica sul mal di gola acuto suggerisce, per il dolore o la febbre, di considerare il paracetamolo oppure l’ibuprofene, se preferito e adatto alla persona. Nella discussione che accompagna la raccomandazione il paracetamolo compare come prima opzione. È un’indicazione che tiene insieme prove, esperienza clinica e sicurezza, senza proclamare un farmaco migliore dell’altro.

C’è poi un trial condotto nella pratica quotidiana, su 889 persone dai tre anni in su con diverse infezioni respiratorie. Consigliare ibuprofene invece di paracetamolo non ha migliorato i sintomi complessivi tra il secondo e il quarto giorno. Nello stesso studio le nuove visite per sintomi persistenti, sintomi nuovi o complicazioni erano più frequenti nel gruppo che aveva ricevuto l’ibuprofene.

Sono dati da leggere con misura. Riguardavano infezioni respiratorie di vario tipo e un esito diverso dal dolore alla gola nelle prime ore, quindi il possibile vantaggio iniziale resta in piedi. Anche l’aumento delle visite viene da un solo studio e da un esito che somma eventi diversi: è un segnale da considerare, senza la prova che l’ibuprofene provochi complicazioni specifiche.

Che cosa pesa davvero nella scelta

L’ibuprofene fa parte dei FANS, gli antinfiammatori non steroidei, e può causare ulcere o sanguinamento gastrointestinale oltre a problemi ai reni. Il rischio cresce con dosi alte o uso prolungato. Va quindi verificato se è adatto a te quando hai avuto un’ulcera, una malattia dei reni o del cuore, oppure una reazione all’aspirina o ad altri FANS.

Quando è appropriato, si usa alla dose minima efficace per il tempo più breve necessario. Associarlo di tua iniziativa ad altri FANS, come il naprossene o l’aspirina presa come antidolorifico, aumenta gli effetti indesiderati. Anticoagulanti, cortisonici e alcuni altri farmaci possono interagire: chiedi al medico o al farmacista. Un’aspirina prescritta come antiaggregante va mantenuta come indicato dal medico.

In gravidanza l’ibuprofene richiede sempre un parere sanitario. Dalla ventesima settimana i FANS vanno evitati salvo indicazione specifica, perché possono danneggiare i reni del feto e ridurre il liquido amniotico. Da circa la trentesima si aggiunge il rischio di chiusura prematura del dotto arterioso, un vaso della circolazione fetale. Prima delle venti settimane resta comunque una scelta da concordare.

Anche il paracetamolo ha limiti da rispettare. Superare le dosi indicate, o prendere insieme più prodotti che lo contengono, compresi diversi preparati per raffreddore e influenza, può provocare un grave danno al fegato. Se hai una malattia epatica chiedi un consiglio prima di usarlo. Un dolore che persiste non giustifica mai il superamento della dose riportata sulla confezione.

I segnali che non aspettano un’altra dose

Alcuni mal di gola richiedono assistenza d’emergenza, senza attendere l’effetto di un altro analgesico. Serve aiuto immediato in presenza di:

  • difficoltà a respirare;
  • impossibilità a deglutire, che è diversa dal dolore quando si deglutisce;
  • saliva che cola dalla bocca perché non si riesce a inghiottirla;
  • sintomi gravi che peggiorano rapidamente.

Segni di disidratazione, oppure un sistema immunitario indebolito, richiedono una valutazione in tempi brevi. Se il mal di gola non migliora dopo una settimana è il momento di farsi visitare.

In tutte queste situazioni la scelta fra i due farmaci passa in secondo piano: il dolore sta segnalando qualcosa che un antidolorifico non può valutare.

Fonti

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