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Cambiare alimentazione per quattro settimane può spostare alcuni valori usati per stimare l’«età biologica». Ma se un numero scende, significa davvero che l’invecchiamento rallenta? Uno studio su 104 persone tra i 65 e i 75 anni ha osservato proprio questo: alcune diete hanno modificato un indice basato su indicatori fisiologici, senza poter stabilire se siano cambiati anche i rischi per la salute negli anni successivi.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Che cosa è cambiato in quattro settimane
I partecipanti sono stati assegnati casualmente a una di quattro diete. Due erano onnivore e due semivegetariane; in ciascuna coppia, una era più ricca di grassi e l’altra di carboidrati. Il confronto principale era con la dieta onnivora più ricca di grassi, quella più simile all’alimentazione abituale dei partecipanti.
Prima e dopo le quattro settimane, la ricerca ha calcolato la differenza tra l’età anagrafica e una stima ricavata da diversi indicatori dell’organismo. Questa differenza, chiamata δAge, è il risultato misurato: non sono stati misurati anni di vita guadagnati.
Nel gruppo con dieta onnivora più ricca di grassi, δAge non è cambiato in modo rilevante. Rispetto a quel gruppo, chi seguiva la dieta onnivora più ricca di carboidrati ha mostrato una riduzione statisticamente significativa dell’indice. Anche nei due gruppi semivegetariani le riduzioni andavano nella stessa direzione, ma non tutte hanno raggiunto la significatività statistica.
Un indice più basso non equivale a ringiovanire
Per interpretare il risultato, può aiutarti distinguere le due età. Quella anagrafica è il tempo trascorso dalla nascita. La stima usata nella ricerca, ottenuta con il metodo Klemera-Doubal, combina invece più indicatori fisiologici. Se questi cambiano, può cambiare rapidamente anche il numero finale.
La riduzione di δAge indica dunque che, dopo l’intervento, il profilo degli indicatori risultava più favorevole secondo quel metodo. Non dimostra che il processo di invecchiamento si sia invertito. Gli stessi autori invitano a considerare un’altra interpretazione: gli indicatori potrebbero aver risposto nell’immediato al cambiamento della dieta, senza che questo modifichi la traiettoria dell’invecchiamento.
L’assegnazione casuale alle diete rende il confronto tra i gruppi più utile per valutare l’effetto dell’intervento sull’indice misurato. La durata di quattro settimane, però, delimita ciò che il risultato può dire: descrive una risposta a breve termine, non ciò che accade mantenendo quella dieta per mesi o anni.
Che cosa resta da capire
Il confronto più netto è quello tra le due diete onnivore: con più carboidrati, δAge è sceso rispetto alla dieta più ricca di grassi. I risultati dei gruppi semivegetariani suggeriscono una direzione simile, ma non permettono di attribuire con la stessa sicurezza la riduzione alla componente semivegetariana, né di stabilire quale cambiamento alimentare conti di più.
Manca anche una misura della dimensione della riduzione nei risultati riportati. Sapere che una differenza è statisticamente significativa non basta, da solo, a capire quanto sia grande o quanto conti per la salute di una persona.
La questione decisiva rimane aperta: in questi partecipanti non è stato valutato se il calo dell’indice si traduca, nel tempo, in un minor rischio di malattie legate all’età. Per verificarlo servirebbe osservare gli effetti di un intervento più lungo. Per ora, il risultato mostra che gli indicatori rispondono alla dieta in poche settimane; non offre una prova che una delle quattro diete rallenti l’invecchiamento.
Fonte: Short‐Term Dietary Intervention Alters Physiological Profiles Relevant to Ageing
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