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Chi ha il diabete di tipo 2 e controlla la glicemia a casa conosce bene la procedura: pungere il polpastrello, spremere una goccia, appoggiarla sulla striscia. Glucube, un dispositivo sviluppato con la collaborazione dell’Università di Siviglia, elimina proprio quella goccia. Infili il dito, aspetti, e sullo smartphone compare una stima del glucosio.
La promessa è reale, ma vale per la singola lettura. Misurare senza prelievo è una cosa, gestire il diabete senza prelievi è un’altra. Per funzionare, Glucube va tarato con valori ottenuti dal sangue, e le sue letture affiancano il glucometro tradizionale invece di sostituirlo. Quanto pesi questa differenza dipende da come il dispositivo arriva al numero e da quanto quel numero si avvicina a quello capillare.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Dalla luce nel dito a un numero sullo schermo
Il principio è ottico. Quando inserisci il dito, il dispositivo acquisisce un segnale ottico nel vicino infrarosso, cioè luce appena oltre il rosso visibile, che attraversa i tessuti. L’app e un servizio remoto elaborano poi quel segnale e lo traducono in una stima della glicemia.
La parola “stima” è precisa. Nessun campione di sangue viene analizzato: il valore è calcolato a partire da come la luce ha attraversato il dito. Ogni misura è inoltre una lettura singola, fatta quando decidi tu. Glucube funziona come un apparecchio da consultare, non come un sensore che segue la glicemia in modo continuo.
Perché il calcolo sia attendibile serve un riferimento. La calibrazione richiede misurazioni capillari eseguite con un glucometro convenzionale, all’inizio e con aggiornamenti successivi. Il numero esatto di punture dipende dal manuale della versione in uso, che nel tempo è cambiata. “Senza sangue”, quindi, descrive la lettura e non l’intero utilizzo del dispositivo.
Quanto si avvicina al valore del sangue
Il dato pubblicato più completo viene da uno studio pubblicato nel 2024 su 105 adulti. Ha confrontato 1.914 coppie di letture, una con Glucube e una con il glucometro capillare. Lo scarto medio, espresso con un indice chiamato MARD, è risultato del 20,3%.
Il MARD è una differenza media, non l’errore massimo di ogni lettura: alcune misure si discostano meno dal valore capillare, altre di più. Per dare un ordine di grandezza: con una glicemia di 150 mg/dl, uno scarto del 20% corrisponde a circa 30 mg/dl in più o in meno.
Lo studio ha usato anche la griglia di errore di Parkes, che classifica le letture in zone secondo quanto lo scostamento dal riferimento potrebbe pesare sulle decisioni cliniche. Il 97,3% delle coppie ricadeva nelle zone A e B. Nella sola zona A, la più vicina al valore di riferimento, ricadeva il 62%.
I limiti contano. Solo 35 partecipanti avevano il diabete di tipo 2, cioè la condizione per cui il dispositivo è pensato. Lo studio era finanziato dal produttore, con un suo dipendente fra gli autori, e misurava la precisione, non l’effetto sul controllo del diabete.
Più di recente, il produttore riferisce risultati migliori in una valutazione diversa, condotta su persone con diabete di tipo 2. Questi dati non sono ancora disponibili in una pubblicazione integrale sottoposta a revisione paritaria, quindi restano numeri comunicati dall’azienda.
| Studio pubblicato (2024) | Dati comunicati dal produttore | |
|---|---|---|
| Partecipanti | 105 adulti (35 con diabete di tipo 2) | 50 con diabete di tipo 2 |
| Coppie di letture | 1.914 | 2.616 |
| MARD | 20,3% | 16,3% |
| Letture nelle zone A+B | 97,3% | circa 99% |
Quel 99% indica quante letture cadono nelle zone A e B, non letture esatte al 99%. Le due valutazioni riguardano inoltre popolazioni diverse, per cui il passaggio da 20,3% a 16,3% da solo non basta a dimostrare che il modello attuale sia più preciso.
Quando una lettura va ricontrollata
Con uno scarto medio di queste dimensioni, le istruzioni del dispositivo sono esplicite. Un valore fuori dall’intervallo previsto, o che non corrisponde a come ti senti, va verificato con il glucometro capillare prima di qualunque decisione. Le dosi dei farmaci non vanno modificate sulla base della sola lettura di Glucube.
La regola vale anche nel senso opposto. Se hai sintomi che fanno pensare a un calo degli zuccheri, una lettura nella norma è insufficiente per escluderlo: in quel caso conta la misura dal sangue. Qualsiasi modifica della terapia va decisa con chi ti segue.
Per chi è pensato e che cosa significa “primo”
L’uso dichiarato è complementare. Glucube è indicato per adulti con diabete di tipo 2, come affiancamento al glucometro capillare. Non è destinato alla diagnosi, allo screening o a guidare da solo le decisioni sulla terapia.
Sul “primo”: nel 2026 l’Università di Siviglia e il produttore hanno riportato per Glucube MD la marcatura CE come dispositivo medico, definendolo il primo della sua categoria certificato secondo il regolamento europeo. È un primato regolatorio circoscritto, dichiarato da chi ha partecipato allo sviluppo. Già nel 2025 erano stati pubblicati studi clinici su altri sistemi non invasivi.
La marcatura, da sola, non dimostra che il dispositivo possa sostituire il glucometro, né che migliori il controllo glicemico o la qualità della vita.
Quello che Glucube cambia, per ora, è il gesto della singola lettura. Gli studi disponibili sono stati progettati per misurare la precisione. Restano quindi senza risposta due domande: quante punture si risparmiano davvero nella vita di tutti i giorni, e se questo porta a un diabete gestito meglio.
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