Il formaggio alza il colesterolo? C’è una notizia che ti piacerà

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Il legame tra latticini e salute cardiovascolare

Per decenni il formaggio è stato considerato uno dei principali nemici della salute del cuore a causa del suo contenuto di grassi. Tuttavia, la ricerca medica e nutrizionale moderna ha superato questa visione dicotomica, dimostrando che il rapporto tra latticini e rischio cardiovascolare è più complesso. Le linee guida cardiologiche internazionali non impongono l’eliminazione totale di questi alimenti, ma sottolineano l’importanza di valutarne il consumo all’interno del proprio profilo lipidico e calorico complessivo.

Il colesterolo misurato nel sangue (colesterolemia) è influenzato solo in minima parte dal colesterolo assunto direttamente con gli alimenti. A incidere in modo clinicamente significativo sui livelli di colesterolo LDL (il colesterolo “cattivo”, responsabile della formazione delle placche aterosclerotiche) è la quantità e la qualità dei grassi totali della dieta, in particolare gli acidi grassi saturi. I formaggi apportano nutrienti essenziali come proteine ad alto valore biologico, calcio e vitamine del gruppo B, ma rappresentano anche una delle principali fonti di grassi saturi e sodio nella dieta occidentale.

La differenza tra colesterolo alimentare e grassi saturi: l’effetto “matrice”

L’errore clinico più frequente è limitarsi a leggere la dicitura “colesterolo” sulle etichette. Per la salute endoteliale e arteriosa, il vero parametro da sorvegliare è la percentuale di acidi grassi saturi. Quando assunti in eccesso, questi ultimi sopprimono l’attività dei recettori epatici deputati alla rimozione del colesterolo LDL dal circolo sanguigno, causandone l’accumulo.

Tuttavia, le evidenze più recenti hanno introdotto il concetto di “matrice lattiero-casearia” (dairy matrix). Gli studi clinici dimostrano che i grassi saturi assunti attraverso il formaggio non innalzano il colesterolo LDL nella stessa misura in cui lo fa un’equivalente quantità di grasso assunta tramite il burro. Questo fenomeno è dovuto alla complessa struttura chimico-fisica del formaggio: la presenza di calcio, fosforo e delle membrane dei globuli di grasso del latte (MFGM) favorisce la formazione di “saponi” insolubili a livello intestinale, riducendo l’assorbimento netto dei grassi e modulando la risposta lipidica nel sangue.

Quali tipologie scegliere per proteggere il cuore

Se l’obiettivo è la prevenzione cardiovascolare, non esistono formaggi “terapeutici”, ma esistono scelte più o meno dense di calorie, grassi saturi e sale.

I prodotti freschi e ad alto contenuto di acqua, come la ricotta (che tecnicamente è un latticino derivato dal siero e non un formaggio), i fiocchi di latte o le crescenze magre, offrono un volume maggiore a parità di peso, diluendo così l’apporto di grassi saturi. È invece un falso mito che i formaggi di capra o pecora siano intrinsecamente “più sani” per il colesterolo rispetto a quelli vaccini: a parità di stagionatura, il contenuto di grassi saturi è sovrapponibile.

I formaggi a pasta dura e molto stagionati (come Parmigiano Reggiano o Grana Padano) hanno un’alta densità di grassi e sodio a causa della perdita d’acqua. Tuttavia, la fermentazione e la stagionatura producono peptidi bioattivi che hanno dimostrato, in alcuni studi, un lieve effetto favorevole sul controllo della pressione arteriosa. Possono quindi essere consumati, ma con estremo rigore nelle porzioni.

Da evitare o limitare drasticamente sono invece i formaggi fusi, le sottilette e i prodotti spalmabili ultra-processati: spesso addizionati con sali di fusione, conservanti e grassi di scarsa qualità, presentano livelli di sodio dannosi per il sistema cardiovascolare e sono privi dei benefici della matrice casearia naturale. Anche mascarpone e formaggi arricchiti con panna vanno considerati alla stregua di condimenti grassi e non come fonti proteiche.

Porzioni e frequenza all’interno di una dieta equilibrata

La pragmatica clinica ci insegna che il veleno sta nella dose. Le linee guida nutrizionali stabiliscono che una porzione standard per un adulto sano è di 50 grammi per i formaggi stagionati e di 100 grammi per quelli freschi.

La frequenza di consumo non dovrebbe superare le due o tre volte a settimana. L’errore comportamentale più grave, e purtroppo più diffuso, è consumare il formaggio a fine pasto. Il formaggio è un “secondo piatto”, un’alternativa proteica che deve sostituire carne, pesce o uova, e non sommarsi ad essi.

Per i pazienti in prevenzione secondaria (che hanno già avuto eventi cardiovascolari) o con ipercolesterolemia severa, le linee guida della Società Europea di Cardiologia (ESC) raccomandano un rigoroso controllo dei grassi saturi, che devono rimanere al di sotto del 7% delle calorie giornaliere totali. In questi casi, più che affidarsi a formaggi “light” (spesso meno sazianti e talvolta addizionati di carboidrati e addensanti per compensare la mancanza di grasso), è clinicamente più efficace ridurre drasticamente le porzioni del formaggio tradizionale, inserendolo rigorosamente in un modello di dieta Mediterranea autentica: abbondante in fibre, verdure, legumi e grassi polinsaturi (come l’olio extravergine d’oliva), i cui fitosteroli e fibre solubili riducono attivamente l’assorbimento del colesterolo a livello intestinale.

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