Vitamina D: quale parte del corpo esporre? No, non è quella che pensi

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Non esiste una parte del corpo da esporre obbligatoriamente per produrre vitamina D, né è opportuno cercare di “massimizzarne” la sintesi aumentando intenzionalmente il sole. La vitamina viene prodotta quando la cute scoperta riceve radiazioni UVB. A parità di dose, una superficie più estesa tende a produrne di più, ma nessuna zona anatomica è risultata nettamente superiore alle altre.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Conta soprattutto quanta pelle è esposta

Negli studi sperimentali, esporre tronco, gambe o gran parte del corpo ha portato a una produzione complessiva maggiore rispetto all’esposizione limitata a viso e mani. Il motivo più probabile non è una particolare efficienza di queste zone, ma semplicemente la loro maggiore estensione.

Questo dato non significa che si debba esporre tutto il corpo. Il rapporto tra superficie cutanea più ampia e vitamina D non è perfettamente proporzionale: più pelle scoperta non comporta necessariamente un aumento equivalente della produzione.

Le prove disponibili derivano soprattutto da piccoli esperimenti con sorgenti UV artificiali e persone con pelle chiara. Descrivono quindi un fenomeno biologico, ma non permettono di trasformarlo in una prescrizione valida per tutti. Viso e mani possono contribuire, senza garantire da soli uno stato vitaminico adeguato in ogni persona e stagione.

Perché non esiste un numero universale di minuti

Potrebbe sembrare pratico stabilire una regola, per esempio alcuni minuti di sole su braccia e gambe. In realtà, non esiste una durata universale affidabile.

La quantità di vitamina D prodotta cambia in base a stagione, latitudine, ora del giorno, nuvolosità, pigmentazione della pelle, età, abbigliamento e caratteristiche individuali. Le persone anziane e quelle con pelle più pigmentata ne producono mediamente meno a parità di esposizione, ma questo non giustifica automaticamente esposizioni più lunghe.

Anche indicare le ore in cui il sole è più alto come momento ideale sarebbe fuorviante. In quelle ore può aumentare la capacità di produrre vitamina D, ma cresce rapidamente anche la dose di radiazioni ricevuta e quindi il danno cutaneo.

C’è poi una distinzione pratica: stare accanto a una finestra soleggiata non equivale a esporre direttamente la pelle, perché gli UVB non attraversano il normale vetro in quantità significativa.

La sicurezza viene prima della sintesi

Non è stata identificata una dose solare capace di massimizzare la vitamina D senza aumentare contemporaneamente i rischi per la pelle. Le radiazioni UV sono cancerogene, mentre la risposta della vitamina D non continua ad aumentare in modo lineare con il tempo e con la superficie esposta.

Per questo non è consigliabile rinunciare alla protezione solare, cercare il rossore o prolungare intenzionalmente l’esposizione. Anche scegliere viso, orecchie, collo o avambracci non offre un vantaggio dimostrato: sono, anzi, zone spesso esposte cronicamente al sole.

Se temi di avere poca vitamina D

Il fabbisogno non deve necessariamente essere coperto attraverso un’esposizione solare intenzionale. Le assunzioni dietetiche di riferimento sono state definite considerando un’esposizione solare minima.

Questo non significa che tutti debbano assumere integratori o fare analisi. Negli adulti sani, senza indicazioni cliniche specifiche, il dosaggio routinario della vitamina D non è raccomandato. Alimentazione, eventuale integrazione ed esami vanno valutati nel contesto personale.

Un confronto con il medico è più utile se trascorri abitualmente la giornata al chiuso, copri quasi completamente la pelle, devi seguire una fotoprotezione rigorosa oppure hai patologie o interventi che possono ridurre l’assorbimento. In questi casi la soluzione non consiste nell’aumentare autonomamente il sole, ma nel valutare in modo mirato come soddisfare il fabbisogno.

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