Glicata dopo i 60 anni: il valore ideale non è quello che pensi

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Compi 60 anni e il medico ti prescrive l’emoglobina glicata. Il risultato arriva con un numero, magari 6,8%, e la domanda immediata è: per la mia età va bene o devo preoccuparmi? La risposta onesta è che l’età da sola non basta a interpretarlo. Quel numero significa cose diverse a seconda che tu abbia già una diagnosi di diabete o no, che tu sia in buona salute generale o stia gestendo altre malattie, che tu prenda farmaci capaci di causare ipoglicemia oppure no.

La confusione nasce da un’idea diffusa ma imprecisa: che dopo una certa età sia normale avere valori più alti, quasi fosse un adeguamento fisiologico. Non è così. Le soglie che definiscono prediabete e diabete restano identiche per tutti gli adulti. Quello che cambia, e cambia parecchio, è l’obiettivo terapeutico per chi il diabete lo ha già.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Cosa misura davvero questo esame

L’emoglobina glicata non fotografa la glicemia del momento, come fa invece la classica puntura sul dito. Racconta una media, quella dello zucchero nel sangue nei precedenti due-tre mesi, e per questo non serve il digiuno per farla. È un vantaggio pratico ma anche un limite: una media può nascondere giornate con glicemie altissime alternate a episodi di ipoglicemia, restituendo un numero apparentemente tranquillizzante che in realtà racconta solo metà della storia.

I valori quando non hai una diagnosi di diabete

Se non hai mai avuto diagnosi di diabete, i punti di riferimento sono fissi e non dipendono dal compleanno. Sotto il 5,7% il risultato non raggiunge la soglia di prediabete. I valori tra 5,7% e 6,4% indicano prediabete, una fascia di rischio aumentato che però non equivale a una progressione automatica verso la malattia. Un valore pari o superiore al 6,5% rientra nei criteri per la diagnosi di diabete, ma se non ci sono sintomi evidenti va confermato con un secondo test prima di considerarlo definitivo.

Per chi ha risultati nella norma, lo screening va ripetuto almeno ogni tre anni; chi è già in area di prediabete dovrebbe controllare ogni anno. Dopo i 60 anni, sovrappeso, ipertensione, familiarità per diabete o malattie cardiovascolari possono giustificare controlli più frequenti, una valutazione che spetta al medico e non a un calendario fisso.

Se il diabete c’è già: perché il target non è uguale per tutti

Qui la questione dell’età entra davvero in gioco, ma non come soglia numerica: come criterio di personalizzazione. Per una persona con diabete che gode di buona salute generale, senza limitazioni cognitive o funzionali rilevanti, un obiettivo ragionevole è di norma un’emoglobina glicata inferiore al 7,0-7,5%. È un intervallo pensato soprattutto per chi ha superato i 65 anni, non un limite valido in automatico dai 60.

La situazione cambia per chi convive con più malattie croniche, fragilità o un declino delle funzioni cognitive e fisiche. In questi casi può essere appropriato un obiettivo meno stringente, fino a un’emoglobina glicata inferiore all’8%. Non è una rinuncia al controllo della malattia: è la scelta di privilegiare la sicurezza, perché in queste persone il rischio concreto di un’ipoglicemia pesa spesso più del beneficio teorico di un valore quasi perfetto. Nelle situazioni cliniche più complesse, le decisioni si spostano dal numero dell’esame alla prevenzione diretta di episodi di iperglicemia sintomatica o di ipoglicemia.

Chi ha un diabete stabile viene generalmente controllato almeno due volte l’anno; il controllo diventa trimestrale quando il target non è raggiunto, la terapia è appena cambiata, oppure sono comparse ipoglicemie, iperglicemie o variazioni importanti dello stato di salute.

Quando un numero basso non è una buona notizia

Un’emoglobina glicata molto contenuta sembra sempre un risultato da festeggiare, ma non è automatico, soprattutto se stai assumendo insulina, sulfoniluree o meglitinidi. Questi farmaci possono causare episodi di ipoglicemia che abbassano la media senza che questo significhi un controllo migliore della malattia. Glicemie ripetutamente sotto 70 mg/dL, un solo episodio sotto 54 mg/dL, oppure un episodio che ha richiesto l’aiuto di un’altra persona, meritano una rivalutazione della terapia indipendentemente da quanto sia basso il numero dell’esame.

Quando il risultato non è attendibile

Esistono condizioni che alterano il risultato senza che la glicemia reale sia cambiata. Anemia, una perdita di sangue recente o una trasfusione, emolisi, farmaci che stimolano la produzione di globuli rossi, insufficienza renale e alcune varianti dell’emoglobina possono rendere l’HbA1c falsamente alta o bassa. Se il valore dell’esame non coincide con quanto misuri a casa con il glucometro o con un sensore, quella discrepanza è essa stessa un’informazione da portare al medico, che potrà valutare la glicemia plasmatica o altri parametri.

Vale la pena parlarne con il medico quando il risultato rientra tra 5,7% e 6,4%, quando raggiunge o supera il 6,5%, quando supera l’obiettivo che avevi concordato insieme, quando scende in presenza di possibili ipoglicemie o semplicemente quando non corrisponde alle glicemie che stai osservando tu stesso. Sete intensa, urinare molto più spesso del solito o un calo di peso senza spiegazione richiedono invece una valutazione tempestiva; confusione, perdita di coscienza o il bisogno di essere assistiti durante un calo di zuccheri richiedono un intervento immediato.

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