Cuore d’atleta: sai cosa resta davvero quando smetti di allenarti?

Ultima modifica

Preferisci ascoltare il riassunto audio? Abbiamo scelto una voce realizzata con strumenti avanzati IA per rendere rendere i nostri testi subito accessibili a tutti

Un infortunio, un cambio di lavoro, un periodo di stanchezza che spinge a saltare gli allenamenti per mesi: chi ha costruito anni di sport strutturato spesso si chiede cosa ne sarà di quel cuore un po’ più grande e più lento che si è guadagnato con la fatica. La risposta non è un interruttore che si spegne tutto insieme. Alcune parti del cuore d’atleta cedono in fretta al riposo forzato, altre restano quasi indifferenti al tempo che passa.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Cosa si riduce per primo

Negli atleti di endurance, la massa del ventricolo sinistro comincia a diminuire già nelle prime settimane di stop. Una revisione che ha messo insieme diversi studi su questo tema ha osservato che il deallenamento riduce significativamente la massa del ventricolo sinistro, con cambiamenti misurabili in un periodo che va da poco più di una settimana a qualche mese.

Lo spessore delle pareti segue lo stesso copione, regredendo in modo abbastanza netto. La cavità interna del ventricolo, invece, si comporta diversamente: in uno studio che ha seguito atleti d’élite per periodi lunghi, anche dopo anni di stop una parte di loro manteneva ancora una dilatazione della cavità superiore alla norma, in alcuni casi legata al peso ripreso o a un’attività fisica ricreativa comunque mantenuta.

Questa differenza non è un dettaglio tecnico. Racconta che il cuore d’atleta non è un blocco unico che cresce e si riduce in sincrono, ma un insieme di adattamenti con velocità proprie: le pareti rispondono presto al carico che manca, la cavità sembra custodire un cambiamento più stabile.

Il cuore lento non torna veloce in fretta

C’è un altro segno distintivo del cuore allenato che tende a resistere al tempo: la frequenza cardiaca a riposo, spesso sotto i 60 battiti al minuto negli atleti di endurance. Con la riduzione dell’allenamento questa frequenza tende a salire, ma la bradicardia da atleta non scompare necessariamente.

In un gruppo di ex atleti d’élite seguiti per almeno cinque anni dopo il ritiro, il 65% presentava ancora una frequenza cardiaca compatibile con la bradicardia, e quasi uno su cinque restava sotto i 50 battiti al minuto. Chi aveva praticato sport ad alto livello più a lungo, o continuava comunque a muoversi con regolarità, tendeva a mantenere questo tratto più a lungo.

Non è possibile prevedere in anticipo quanto durerà nel singolo caso. Quello che i dati suggeriscono è che la bradicardia dell’atleta va considerata un adattamento potenzialmente duraturo, non un valore che rientra in automatico appena l’allenamento cala.

Quello che resta uguale mentre il cuore cambia forma

Mentre massa, pareti e in parte le cavità si modificano, la funzione del cuore a riposo, cioè la sua capacità di contrarsi e rilassarsi in modo efficace, appare generalmente conservata durante tutto il processo. Una revisione che ha analizzato diversi studi sul deallenamento ha trovato riduzioni delle dimensioni cardiache accompagnate da variazioni funzionali limitate.

Questo dato va letto con cautela: gli studi disponibili sono pochi e piccoli, e non permettono di escludere che in singoli individui compaiano disfunzioni non intercettate. Va anche detto che le conoscenze più solide riguardano il ventricolo sinistro; per il ventricolo destro e per gli atri le evidenze sono più solide per il ventricolo sinistro rispetto al resto del cuore, con regressioni descritte come parziali, talvolta più lente, e comunque meno studiate.

Non esiste inoltre una durata di riposo, o una soglia di allenamento residuo, dimostrata capace di preservare tutte le caratteristiche del cuore d’atleta in modo universalmente dimostrata. Sospendere del tutto l’attività non equivale a un taper pre-gara che riduce solo il volume mantenendo l’intensità: sono due situazioni diverse, con effetti diversi sul cuore.

Quando la regressione non basta a stare tranquilli

Vedere le dimensioni del cuore tornare verso la norma dopo un periodo di stop può sembrare una conferma che si trattasse solo di adattamento allo sport, non di malattia. Le cose sono più sfumate: la regressione non esclude da sola una cardiomiopatia, perché anche alcune sue forme possono attenuarsi quando il carico di allenamento diminuisce.

Nei casi in cui esiste un dubbio diagnostico, servono una valutazione clinica completa, elettrocardiogramma, ecografia o altre tecniche di imaging, la storia familiare e, quando indicato, test da sforzo o monitoraggi prolungati del ritmo cardiaco. Il deallenamento da solo non è uno strumento diagnostico affidabile.

Ci sono situazioni in cui il consulto medico non è una precauzione generica ma un passo necessario: dolore al petto durante lo sforzo, svenimenti o sensazione di stare per svenire, palpitazioni accompagnate da malessere, una nuova difficoltà a tollerare sforzi che prima erano normali, respiro corto non abituale, o una bradicardia che si accompagna a sintomi, oppure una frequenza sotto i 30 battiti al minuto misurata da svegli. In questi casi la valutazione clinica richiede una valutazione clinica mirata, perché una bradicardia isolata e senza sintomi in un atleta è spesso fisiologica, ma non lo è più quando si accompagna a segnali di questo tipo.

Tutte le news di The WOM Healthy su Google

Tutti gli aggiornamenti su salute, alimentazione e benessere.

Seguici su Google
Articoli in evidenza