Come abbassare il colesterolo senza statine

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Chi cerca come abbassare il colesterolo senza statine di solito si trova in una di due situazioni molto diverse tra loro:

  • C’è chi ha un rischio cardiovascolare basso e un LDL solo moderatamente elevato, e vorrebbe partire dall’alimentazione prima di pensare a un farmaco.
  • E c’è chi un farmaco dovrebbe già prenderlo, ma le statine gli hanno dato dolori muscolari o altri effetti che rendono difficile continuare.

Sono due percorsi che si assomigliano nella domanda ma richiedono risposte diverse.

La differenza non è cosmetica. Per il primo gruppo, dieta e stile di vita possono essere davvero il punto di partenza. Per il secondo, “senza statine” quasi sempre significa “con altri farmaci”, perché intervenire soltanto su tavola e abitudini non produce lo stesso effetto protettivo. Prima di scegliere una strada, però, serve capire quanto pesa davvero il rischio di partenza.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Perché il numero sul referto non basta

Un LDL a 160 mg/dL non significa la stessa cosa per tutti. Conta se la persona ha già avuto un infarto o un ictus, se ha diabete o una malattia renale, se in famiglia ci sono stati eventi cardiovascolari precoci. La decisione su quanto e come intervenire si basa sul rischio cardiovascolare individuale, non sul valore isolato del colesterolo.

Chi ha già una malattia cardiovascolare, o un LDL pari o superiore a 190 mg/dL, rientra in una categoria che richiede attenzione medica diretta: in questi casi va cercata anche una possibile causa secondaria o una forma di ipercolesterolemia familiare, e la sola dieta non è considerata sufficiente. Lo stesso vale per chi ha una storia familiare pesante di eventi cardiovascolari giovanili. Non è un dettaglio da trascurare: sopra quella soglia, o in presenza di questi fattori, il percorso corretto passa attraverso una valutazione con LDL pari o superiore a 190 e non attraverso tentativi fai-da-te.

C’è poi la questione dell’intolleranza alle statine, spesso data per scontata troppo in fretta. Prima di archiviarle come opzione, ha senso verificare che i sintomi non abbiano altre cause e provare almeno due statine, inclusa una a dose minima, magari con schemi a giorni alterni. L’intolleranza vera esiste, ma è meno frequente di quanto sembri, ed è comunque una valutazione clinica: sospendere da soli il trattamento, specie a rischio alto, resta un rischio evitabile.

Approfondimento: qual è il valore giusto per l’LDL?

Quanto può fare davvero la dieta

Per chi parte da un rischio basso o moderato, il primo intervento reale riguarda i grassi. Non si tratta di eliminare, ma di sostituire: meno burro, carni grasse, salumi e grassi tropicali, più olio vegetale non tropicale, frutta a guscio, semi, legumi, pesce. Il punto debole di molti tentativi è proprio qui, perché sostituendo i grassi saturi con carboidrati raffinati invece che con grassi insaturi l’effetto sul colesterolo si perde. Fatta bene, questa sostituzione riduce l’LDL in modo modesto e negli studi più lunghi ha ridotto gli eventi cardiovascolari complessivi, anche se non è emersa una chiara diminuzione della mortalità.

Accanto ai grassi, le fibre solubili di avena, orzo, legumi e psillio contano. Aumentare le fibre solubili porta in media a una riduzione dell’LDL di circa 8 mg/dL, con un beneficio proporzionale alla quantità assunta: ogni 5 grammi al giorno in più si associano a circa 5,6 mg/dL in meno. Vanno introdotte gradualmente, con acqua a sufficienza, perché in dosi elevate lo psillio può interferire con l’assorbimento di alcuni farmaci.

Quando questi elementi vengono combinati, cioè fibre viscose, frutta a guscio, proteine vegetali e steroli vegetali insieme in un unico modello alimentare, l’effetto si somma: in persone con ipercolesterolemia questo approccio ha permesso di ridurre il colesterolo LDL di circa il 17%. È un dato che viene da un numero limitato di studi controllati, e riguarda la variazione dell’LDL, non una dimostrazione diretta di meno infarti o ictus. Il risultato dipende inoltre molto dalla costanza con cui lo schema alimentare viene seguito nel tempo, non da un tentativo di poche settimane.

Per approfondire: Cosa (non) mangiare per abbassare il colesterolo?

Quando serve un farmaco diverso dalle statine

Per chi ha davvero bisogno di scendere di più, o non tollera le statine, esistono opzioni farmacologiche con effetti misurabili sull’LDL. Tra i farmaci non statinici, l’ezetimibe riduce l’LDL di circa il 18%, l’acido bempedoico del 21-24%, gli anticorpi monoclonali PCSK9 del 45-64%, inclisiran del 48-52%. Sono percentuali medie, che cambiano a seconda del valore di partenza e delle altre terapie in corso.

La riduzione dell’LDL, però, non equivale automaticamente a meno infarti. Per l’acido bempedoico questo collegamento è stato verificato direttamente: in uno studio su quasi 14mila pazienti intolleranti alle statine, il farmaco ha ridotto gli eventi cardiovascolari maggiori, passando dal 13,3% all’11,7% in circa tre anni e mezzo, pur senza una riduzione significativa della mortalità complessiva. Ha comportato più casi di gotta e calcoli biliari, oltre a lievi aumenti di acido urico e degli enzimi epatici.

Per ezetimibe e anticorpi PCSK9, le prove più solide sugli eventi cardiovascolari arrivano soprattutto da pazienti ad alto rischio già in terapia con statine, non da chi li usa da soli. Inclisiran riduce l’LDL in modo affidabile e ha il vantaggio di richiedere un’iniezione ogni sei mesi, ma il grande studio dedicato ai suoi effetti su infarto e ictus non ha ancora prodotto risultati.

Nessuno di questi farmaci sostituisce un confronto diretto con chi segue la terapia, soprattutto quando si tratta di scegliere tra opzioni con prove diverse sugli esiti clinici. La scelta giusta non è quella che abbassa di più il numero sul referto, ma quella coerente con il rischio reale della persona che lo riceve.

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