Se hai più di 65 anni la cena leggera va bene, ma c’è un errore che devi assolutamente evitare

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Chi ha superato i 65 anni sente spesso lo stesso consiglio: a cena bisogna andare leggeri. Una minestrina, un po’ di verdura, uno yogurt, e via. Il problema non è il consiglio in sé, ma quello che spesso si nasconde dietro: una cena piccola non equivale automaticamente a una cena adeguata. E per una persona anziana, questa differenza può pesare più di quanto sembri.

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Leggera non deve voler dire vuota

Le linee guida internazionali sulla nutrizione geriatrica non stabiliscono quanto debba pesare o contenere una cena. Quello che chiedono è diverso: che l’insieme di ciò che si mangia sull’intera giornata copra i fabbisogni della persona, tenendo conto di quanto si muove, delle eventuali malattie e di come tollera il cibo.

Questo significa che una cena di volume ridotto può andare benissimo, a due condizioni.

  • La prima: che contribuisca comunque all’energia e alle proteine di cui il corpo ha bisogno.
  • La seconda: che pranzo e colazione coprano quello che la cena non dà. Il problema nasce quando nessuno dei pasti compensa gli altri, e la giornata intera scivola verso un apporto insufficiente.

Quante proteine servono, e perché non bastano da sole

Per la popolazione anziana in generale l’indicazione è di almeno un grammo di proteine per chilogrammo di peso corporeo al giorno, con margini che possono salire in caso di malattia acuta o cronica. Sono valori di riferimento generali, da adattare caso per caso: per chi ha una malattia renale cronica, per esempio, un apporto proteico troppo alto può essere controproducente, e la scelta va discussa con chi segue la persona dal punto di vista clinico.

Ma concentrarsi solo sulle proteine è un errore altrettanto comune. Se l’apporto energetico è complessivamente insufficiente, il corpo finisce per bruciare le proteine per produrre energia invece di usarle per mantenere i muscoli. Una cena tutta proteine e niente altro, quindi, non risolve il problema che dovrebbe prevenire.

Come rendere ricco un piatto piccolo

Per chi ha poco appetito, o è già a rischio di malnutrizione, la soluzione non è forzare quantità maggiori di cibo. Esiste una strategia più praticabile: arricchire gli alimenti che si mangiano già, aggiungendo per esempio olio, formaggio grattugiato, uova o legumi frullati a piatti che restano piccoli nel volume ma diventano più ricchi di energia e proteine. Gli studi su questa tecnica mostrano soprattutto un aumento reale dell’introito calorico e proteico; è meno chiaro quanto questo si traduca poi in più forza fisica o minore necessità di ricoveri, ma resta uno strumento pratico e a basso rischio.

Un’altra possibilità, quando l’appetito serale è scarso, è spostare parte del cibo in altri momenti della giornata: uno spuntino a metà pomeriggio può aiutare a compensare una cena piccola. Le prove specifiche su questa pratica restano limitate, ma è un’opzione semplice da provare in chi mangia poco, non una regola valida per chiunque abbia superato i 65 anni.

Chi dovrebbe prestare più attenzione

Un’idea diffusa e sbagliata è che il problema riguardi solo chi è già magro. Non è così: il rischio di malnutrizione va cercato anche nelle persone normopeso o in sovrappeso, perché l’eccesso ponderale non esclude una perdita di massa muscolare nascosta sotto il peso complessivo. Chi ha qualche chilo in più può comunque introdurre troppe poche proteine o calorie per le proprie necessità.

Ci sono segnali che meritano attenzione concreta. Una perdita involontaria superiore al 5% del peso corporeo in sei mesi, o un calo dell’appetito che dura da più di due settimane, sono tra gli elementi che richiedono una valutazione più approfondita, non necessariamente una diagnosi immediata di malnutrizione. Lo stesso vale per difficoltà di masticazione, problemi a deglutire, disturbi digestivi persistenti o effetti collaterali di farmaci: sono cause reali di scarsa alimentazione, e non vanno liquidate come normali conseguenze dell’età. In presenza di tosse durante i pasti, voce che cambia dopo aver mandato giù il cibo o difficoltà evidenti a deglutire, la valutazione di un medico è il passo giusto, senza modificare da soli la consistenza dei pasti.

Nei casi in cui la dieta da sola, anche arricchita, non basta a raggiungere gli obiettivi nutrizionali, un professionista sanitario può valutare l’uso di supplementi nutrizionali orali. Non sono uno strumento da usare di routine per ogni cena leggera, ma una risorsa mirata per chi è già malnutrito o a rischio concreto, da calibrare insieme a chi conosce la storia clinica della persona.

La cena leggera, in fondo, non è il nemico. Lo diventa solo quando nessuno controlla se il resto della giornata, o il piatto stesso, riesce davvero a colmare quello che manca.

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