Battito del cuore dopo i 65 anni: la verità sui valori normali

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Ti misuri il polso e conti 58, oppure 72, oppure 96. Dopo i 65 anni viene spontaneo chiedersi se quel numero valga ancora come prima. La risposta di partenza è semplice: per la frequenza cardiaca a riposo l’intervallo di riferimento negli adulti, anziani compresi, va da 60 a 100 battiti al minuto. Chi ha superato i 65 anni non ha una tabella di normalità diversa.

Quell’intervallo però è un riferimento, non un traguardo. Le fonti cliniche non indicano un valore ottimale valido per tutti gli ultrasessantacinquenni, e un numero isolato non basta a dire se serve una cura. A dargli significato sono soprattutto il confronto con i tuoi valori abituali, la presenza di sintomi, i farmaci che prendi e la regolarità del ritmo.

Il confronto regge solo se misuri sempre allo stesso modo. Resta a riposo e tranquillo per almeno dieci minuti, poi appoggia indice e medio sul lato interno del polso e conta i battiti per un minuto intero. Così ottieni la frequenza. Se il ritmo sembra strano, per capire di che tipo sia servono altri strumenti.

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Sotto i 60 battiti: un cuore lento può avere spiegazioni diverse

Una frequenza inferiore a 60 battiti al minuto può comparire durante il sonno, nelle persone allenate o con alcuni farmaci, come i beta-bloccanti. In questi casi un battito lento può avere una spiegazione ordinaria.

Una spiegazione possibile, però, non rende il valore automaticamente innocuo. Pesa molto se la frequenza bassa è nuova e se arriva insieme a dei sintomi. Anche l’età va usata con prudenza. L’invecchiamento ha un ruolo nella disfunzione del nodo del seno, la piccola struttura che dà il ritmo al cuore. Proprio per questo una bradicardia comparsa da poco va valutata, invece di essere archiviata come “normale per l’età”.

Le linee guida usano una frequenza sotto i 50 battiti come possibile elemento per definire quella disfunzione. Precisano anche che il numero, da solo, non permette la diagnosi. Lo scarto tra 60 e 50 nasce quindi da definizioni diverse, e nessuna delle due è una soglia speciale per gli anziani.

Lo stesso ragionamento vale per il pacemaker. Nella disfunzione del nodo del seno manca una frequenza minima che da sola ne imponga l’impianto: a decidere è la relazione tra bradicardia e sintomi. Fanno eccezione alcuni blocchi atrioventricolari avanzati, cioè disturbi nel passaggio dell’impulso elettrico tra atri e ventricoli. Quando non dipendono da cause reversibili o fisiologiche, possono richiederlo anche in assenza di disturbi.

Sopra i 100 o irregolare: la domanda diventa perché

Un battito a riposo superiore a 100 battiti al minuto rientra nella definizione generale di tachicardia. Il numero segnala che il cuore va veloce. Per capire di che aritmia si tratta e quanto conta, bisogna trovarne la causa.

La forma più comune è la tachicardia sinusale: il ritmo nasce dal normale “segnapassi” del cuore, solo più in fretta. Può accompagnare febbre, dolore, anemia, infezioni, ipertiroidismo o alcuni farmaci. In questi casi l’indicazione è curare ciò che accelera il cuore, invece di limitarsi a rallentarlo. Se i valori a riposo restano alti in modo persistente, è il momento di parlarne con il medico.

Poi c’è la regolarità. Un polso irregolare merita una valutazione medica, ma un battito irregolare non coincide automaticamente con la fibrillazione atriale. Per quella diagnosi serve una conferma elettrocardiografica interpretata da un professionista. Molti smartwatch usano un sensore ottico, che rileva il polso senza registrare un elettrocardiogramma: il loro avviso, da solo, non basta.

Quando chiedere aiuto subito e quando parlarne con calma

In questo caso conta più il cambiamento della soglia. Parlane con il medico, senza urgenza, in tre situazioni: se la frequenza a riposo resta stabilmente sopra i 100, se il polso è irregolare, se noti una variazione rispetto ai tuoi valori abituali.

Serve invece assistenza urgente quando il battito diventa all’improvviso molto più rapido o molto più lento del solito, soprattutto se si accompagna a:

  • dolore al petto;
  • difficoltà a respirare;
  • vertigini;
  • svenimento.

Perché abbassare il numero non è l’obiettivo

Resta la questione delle “soglie ideali”. Alcuni studi seguono nel tempo gruppi di adulti della popolazione generale. In questi studi una frequenza a riposo più alta risulta associata a una maggiore mortalità. Una revisione di 87 studi ha stimato un rischio relativo di morte più alto del 17% ogni 10 battiti in più, con risultati molto diversi da uno studio all’altro.

Quel 17% confronta gruppi di persone. Non indica la tua probabilità personale e non è stato calcolato apposta per chi ha più di 65 anni. Soprattutto, si tratta di un’associazione, non di una prova di causa: mostra che i due fenomeni vanno insieme. Non dimostra che rallentare il cuore allunghi la vita.

Un’analisi successiva ha guardato come cambia la frequenza nel tempo. Chi vedeva salire il proprio battito aveva una mortalità più alta. In chi lo vedeva scendere, invece, la riduzione della mortalità non risultava statisticamente significativa. Per questo è fuorviante fissare una fascia “ottimale” da inseguire o ritoccare da solo un farmaco dopo una misura fatta a casa.

Il numero che conti al polso diventa utile quando lo leggi dentro la tua storia: com’è di solito, se è cambiato, se arriva con dei sintomi, se il ritmo è regolare. Lo stesso valore di 52 ha un peso diverso se è il tuo battito di sempre oppure se è comparso da poco insieme a dei capogiri.

Fonti

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