Chi ha avuto la vaginosi batterica conosce bene questa sequenza: la terapia sembra funzionare, i sintomi si attenuano, e dopo qualche settimana perdite e odore sgradevole ritornano. È un’esperienza molto diffusa, che spesso porta con sé dubbi e un po’ di sconforto. Ho sbagliato qualcosa? Dipende dal partner? Un nuovo studio prova a rispondere almeno in parte a queste domande, distinguendo due possibili motivi per cui il disturbo si ripresenta.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Un disturbo comune che tende a tornare
La vaginosi batterica è uno squilibrio della flora vaginale. I lattobacilli, i batteri che normalmente proteggono la vagina, si riducono e lasciano spazio ad altri microrganismi. Non è considerata una classica infezione a trasmissione sessuale, ma i rapporti sembrano avere un ruolo nel suo andamento.
Il problema principale è la recidiva: più di metà delle donne trattate con antibiotici la ripresenta entro tre-sei mesi. Lo stesso gruppo di ricerca aveva già dimostrato, con uno studio controllato, che curare contemporaneamente anche il partner maschile migliora i tassi di guarigione, perché limita la reinfezione. Eppure una parte delle donne non guariva comunque.
Che cosa hanno analizzato i ricercatori
Gli autori hanno riunito i dati di 188 coppie provenienti da diversi studi clinici. Si trattava di donne in età fertile, con sintomi e un partner maschile stabile. Entrambi ricevevano antibiotici per una settimana: la donna la terapia standard, l’uomo una combinazione di farmaco per bocca e crema da applicare sul pene.
La flora vaginale è stata valutata due volte: all’ottavo giorno, cioè subito dopo la cura e prima della ripresa dei rapporti, e dopo quattro settimane. Circa una donna su cinque aveva di nuovo la vaginosi a un mese di distanza.
Il dato più interessante riguarda il controllo precoce. All’ottavo giorno quasi quattro donne su dieci non avevano ancora una flora del tutto normale. In questo gruppo il rischio di ritrovarsi con la vaginosi a quattro settimane era quasi tre volte più alto. Il rischio appariva ancora maggiore nelle donne che usavano una spirale (dispositivo intrauterino) e avevano una flora alterata all’ottavo giorno: quasi una su due.
Persistenza e reinfezione, due strade diverse
Il senso del lavoro sta proprio nel momento del primo controllo. Se i batteri sono ancora presenti prima che la coppia riprenda i rapporti, è difficile attribuire la ricaduta a un nuovo contagio. È più probabile che la terapia iniziale non li abbia eliminati del tutto. Per queste donne, secondo i ricercatori, potrebbero servire strategie più intensive rivolte direttamente a loro, che sono ancora in fase di sperimentazione.
Cosa non possiamo ancora concludere
Si tratta di un’analisi a posteriori di dati raccolti per altri scopi. Mostra un’associazione, non dimostra un rapporto di causa ed effetto. Il legame con la spirale si basa su numeri piccoli e incerti: non indica che il dispositivo causi la vaginosi né che vada rimosso. I risultati riguardano coppie eterosessuali stabili e un periodo di osservazione breve. Nessun nuovo schema di cura ha ancora dimostrato di funzionare meglio di quelli attuali.
Cosa può significare per te
Il messaggio più utile è che una recidiva non è una colpa e non ha sempre la stessa origine. A volte conta il partner, altre volte i batteri resistono alla prima cura. Se i sintomi tornano spesso, ha senso parlarne con il medico o il ginecologo. Insieme potrete valutare se coinvolgere il partner e quali controlli abbiano senso nel tuo caso. Completare la terapia prescritta resta importante, mentre i nuovi approcci personalizzati andranno confermati da studi più ampi.
Fonte scientifica
Paper originale: Determinants of repeat bacterial vaginosis in concurrently treated couples: a post-hoc pooled cohort study
DOI: 10.1016/s3050-5038(26)00259-1
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