Sempre stanco anche se dormi molto? Non è pigrizia, ecco il motivo

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Quando si parla di umore deflesso, l’immagine più comune è quella di chi fatica ad addormentarsi o si sveglia troppo presto senza riuscire a riprendere sonno. Ma per molte persone la realtà quotidiana è opposta: dormire tantissime ore, sentire il bisogno di andare a letto molto tardi e svegliarsi comunque con una stanchezza profonda, come se il riposo non fosse mai abbastanza. Se ti ritrovi in questa situazione o conosci qualcuno che la vive, sappi che non si tratta di semplice pigrizia. Un nuovo studio suggerisce che questi segnali potrebbero delineare una forma specifica di disturbo dell’umore, strettamente legata al funzionamento del nostro orologio biologico interno.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Quando il ritmo sonno-veglia guida i sintomi

I ricercatori hanno analizzato i dati clinici e genetici di oltre undicimila adulti con una storia di depressione importante o duratura. L’obiettivo era verificare se esistesse un sottogruppo di pazienti caratterizzato da un’alterazione dei ritmi circadiani, cioè quel ciclo di circa 24 ore che regola il sonno, la veglia e molte altre funzioni del corpo.

Per individuare questo profilo sono stati valutati sei indicatori legati alle abitudini quotidiane: la tendenza a fare le ore piccole (il cosiddetto cronotipo serale), lo spostamento in avanti degli orari di riposo, il divario tra il sonno nei giorni lavorativi e nel fine settimana, il peggioramento dell’umore legato al cambio delle stagioni, il sonno prolungato durante le fasi acute e la spossatezza al risveglio. Circa un quarto dei partecipanti presentava almeno tre di queste caratteristiche, mostrando con particolare frequenza la combinazione di bisogno eccessivo di dormire, fatica mattutina e preferenza per le ore serali.

Un profilo con caratteristiche biologiche e cliniche distinte

Le persone che rientravano in questo gruppo mostravano alcune peculiarità rilevanti. Tendeva a trattarsi di soggetti più giovani, con un esordio più precoce del disturbo e un quadro sintomatologico spesso più complesso e faticoso da gestire. L’analisi del DNA ha offerto un’ulteriore chiave di lettura: chi presentava questo profilo aveva una maggiore predisposizione genetica non solo a essere “nottambulo”, ma anche a sviluppare disturbi dell’attenzione, ansia, sbalzi d’umore e alterazioni metaboliche o infiammatorie, come una tendenza a valori più alti di peso corporeo, trigliceridi o resistenza all’insulina.

Un dato che tocca da vicino chi affronta un percorso di cura riguarda i farmaci. I partecipanti con questo profilo circadiano hanno riferito di aver tratto un beneficio inferiore dai comuni antidepressivi che agiscono sulla serotonina, segnalando anche una maggiore frequenza di effetti collaterali.

I limiti dello studio e le cautele necessarie

Davanti a questi risultati è comprensibile provare un senso di sollievo nel vedere riconosciuta la propria fatica, ma serve prudenza nell’interpretazione. Si tratta di uno studio osservazionale basato su questionari in cui i partecipanti hanno descritto le proprie abitudini e la risposta passata alle terapie. Mancavano misurazioni fisiologiche dirette, come il monitoraggio oggettivo del sonno o dei livelli ormonali, e il campione includeva solo persone di origine europea con forme depressive piuttosto serie.

Questo lavoro dimostra un’associazione interessante, non un rapporto diretto di causa-effetto, e i criteri usati per definire questa “depressione circadiana” sono ancora provvisori. Non siamo quindi di fronte a una nuova diagnosi ufficiale pronta per l’uso, né a una prova che i farmaci tradizionali siano inutili.

Cosa puoi fare nella vita di tutti i giorni

Comprendere che la depressione non è uguale per tutti aiuta a ridurre la frustrazione quando una prima terapia non dà i risultati sperati. Se noti che il tuo umore è fortemente influenzato dalle stagioni o che i tuoi orari di sonno sono molto spostati in avanti con risvegli estenuanti, la scelta più utile è parlarne con il medico o lo specialista che ti segue, senza mai sospendere o modificare autonomamente le cure in corso.

In attesa che la ricerca confermi se terapie mirate all’orologio biologico siano davvero più efficaci per questo sottogruppo, prendersi cura dei propri ritmi quotidiani resta un valido supporto. Cercare di esporsi alla luce naturale al mattino presto, ridurre l’illuminazione artificiale e l’uso di schermi nelle ore serali e mantenere orari di sveglia il più possibile regolari, anche nel fine settimana, sono piccoli passi concreti per aiutare il tuo organismo a ritrovare il proprio tempo.

Fonte scientifica

DOI: 10.1192/bjp.2026.10798

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