Social, l’esperto propone il limite dei 16 anni: cosa accade al cervello

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La notizia in breve

Stefano Vicari, responsabile dell’Unità di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, commentando l’apertura della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui rischi dei social network, ha espresso l’auspicio di estendere il divieto di accesso alle piattaforme fino ai 16 anni, richiamando le raccomandazioni della letteratura scientifica. In Parlamento risulta attualmente fermo un disegno di legge per vietarli sotto i 14 anni, limite già previsto dalle norme europee sulla privacy ma spesso disatteso a causa dell’assenza di verifiche efficaci.

L’esperto ha riferito che due settimane fa la struttura ospedaliera ha attivato un ambulatorio dedicato alle dipendenze digitali, dove sono stati visitati numerosi ragazzi di età compresa tra gli 8 e i 17 anni con dipendenza già conclamata. Vicari ha segnalato l’esistenza di una stretta relazione tra l’utilizzo di questi strumenti e disturbi come ansia e depressione, precisando che gli algoritmi e i meccanismi di ricompensa immediata possono danneggiare lo sviluppo emotivo e cerebrale.

L’indicazione dei pediatri si estende anche all’uso degli smartphone, con la raccomandazione di non affidarli in uso privato prima dei 13 anni, a fronte dell’abuso rilevato di chatbot e applicazioni di messaggistica. Vicari ha ribadito che l’educazione non esclude l’adozione di divieti, poiché il cervello dei soggetti in età evolutiva non risulta ancora biologicamente maturo per una valutazione completa dei pericoli.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Cosa si intende per dipendenza digitale

Il termine dipendenza digitale descrive un uso di dispositivi e piattaforme che diventa difficile da controllare, prosegue nonostante le conseguenze negative e sottrae spazio a sonno, studio e relazioni. Il gioco online problematico è riconosciuto come disturbo nelle classificazioni diagnostiche internazionali. Per l’uso compulsivo dei social network, invece, non esiste ancora una categoria diagnostica autonoma condivisa, e i clinici lo inquadrano valutando il grado di compromissione della vita quotidiana.

Nella pratica clinica il quadro si accompagna spesso ad altre condizioni, come ansia, depressione, disturbi del sonno o difficoltà di attenzione. Per questo la valutazione specialistica cerca di capire se l’uso eccessivo sia la causa del disagio, una sua conseguenza o una strategia per gestirlo. Il trattamento si basa in genere su interventi psicoterapeutici, sul coinvolgimento della famiglia e sulla cura dei disturbi associati.

Il cervello in età evolutiva

L’argomento biologico più solido riguarda la maturazione asimmetrica del cervello. I circuiti legati alla ricompensa e alla ricerca di gratificazione sono molto reattivi già in adolescenza, mentre le aree prefrontali, che governano autocontrollo, pianificazione e valutazione del rischio, completano il loro sviluppo più tardi, fino alla prima età adulta. Le piattaforme che offrono ricompense imprevedibili e immediate, come notifiche, apprezzamenti e contenuti a scorrimento continuo, sollecitano proprio i meccanismi su cui il controllo è ancora immaturo.

Cosa è consolidato e cosa resta incerto

L’associazione tra uso intenso dei social e sintomi ansiosi e depressivi è documentata in modo ampio. Più discussi restano la direzione del rapporto causa-effetto, l’entità dell’effetto nella popolazione generale e il peso dei singoli fattori. Tra i meccanismi più accreditati figurano la riduzione del sonno, la minore attività fisica, il confronto sociale continuo, il cyberbullismo e l’esposizione a contenuti dannosi.

Il rischio non è uniforme. Gli effetti sembrano più marcati in chi presenta già fragilità emotive, e contano molto il tipo di contenuti, i tempi d’uso e il contesto familiare. Una parte della letteratura sottolinea anche potenziali benefici, come il mantenimento dei legami e l’accesso a reti di supporto, in particolare per ragazzi isolati.

Il dibattito sui limiti di età

Chi sostiene divieti per età fa leva sul principio di precauzione e sull’immaturità neurobiologica. Osserva inoltre che un limite condiviso solleva il singolo genitore dalla pressione sociale. Chi è più cauto evidenzia la difficoltà di verificare l’età, il rischio di spostare l’uso verso spazi meno controllati e la possibile perdita dei benefici. Ricorda anche che le prove disponibili non indicano con precisione un’età soglia ottimale. Educazione digitale e limiti normativi non sono considerati alternativi, ma il loro equilibrio resta oggetto di discussione.

Sul piano dello stile di vita, il consenso è più netto. Sonno adeguato, attività fisica regolare e relazioni in presenza sono fattori protettivi per la salute mentale in età evolutiva, e la loro tutela rappresenta un punto di incontro tra posizioni diverse.

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