Pensa all’ultima volta che hai aspettato un autobus o sei rimasto in fila alla cassa. Con buona probabilità avevi il telefono in mano, come quasi tutti intorno a te. Nessuna battuta scambiata, nessuno sguardo incrociato. Sono momenti così piccoli che quasi non li notiamo. Secondo alcuni studiosi, però, è proprio in questi dettagli che si costruisce una parte del nostro benessere sociale. Un nuovo saggio di sociologia prova a chiedersi che cosa perdiamo quando tanti rapporti passano attraverso uno schermo.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Un libro di riflessione, non un esperimento
Conviene chiarirlo subito, perché cambia il modo di leggere la notizia. Non si tratta di uno studio con partecipanti, misurazioni e risultati statistici, ma di un saggio critico: un’analisi teorica in cui l’autore interpreta le trasformazioni della società alla luce della sociologia. Le sue tesi vanno quindi considerate come ipotesi argomentate, utili per riflettere, non come fatti dimostrati.
Più connessi, ma meno vicini
Il punto di partenza è un paradosso: mai come oggi possiamo comunicare con chiunque, eppure molte persone si sentono sole. Secondo l’autore, lo scambio digitale è impoverito. Mancano il tono della voce, le espressioni del viso, la postura, i silenzi condivisi, la semplice presenza fisica. Sono segnali che, nella sua lettura, alimentano la fiducia reciproca, l’empatia e il senso di appartenenza a una comunità.
Se questi incontri diminuiscono, sostiene il libro, la società rischia di frammentarsi: più isolamento, più polarizzazione, più diffidenza. La pandemia, con il passaggio forzato a riunioni e ritrovi a distanza, avrebbe accelerato un processo già in corso. L’autore collega il fenomeno anche alle logiche economiche dell’industria tecnologica, che privilegia l’efficienza rispetto alla qualità delle relazioni.
Che cosa dicono i dati, e che cosa no
Il saggio richiama ricerche che hanno osservato un legame tra uso intenso o compulsivo dei social e una minore capacità di mettersi nei panni degli altri. È un’associazione, non una prova di causa-effetto. Potrebbe darsi che siano le persone con meno predisposizione all’empatia a usare di più i social, oppure che entrambi gli aspetti dipendano da altri fattori, come stress, solitudine o condizioni di vita. I materiali disponibili non forniscono dettagli su questi studi, su chi vi ha partecipato o sull’entità degli effetti.
Anche i collegamenti con temi più ampi, come le morti in solitudine o le relazioni con compagni artificiali, restano nel campo dell’interpretazione. Va poi ricordato che la tecnologia offre benefici concreti. Permette di restare in contatto con familiari lontani e aiuta chi ha difficoltà a muoversi. Per molti è una risorsa preziosa.
Che cosa puoi portare nella vita di tutti i giorni
Una conclusione ragionevole è questa: il contatto online probabilmente non sostituisce del tutto lo stare insieme di persona, soprattutto quando si tratta di costruire legami nuovi o di coltivare quelli informali. È un’idea coerente con quanto già si sa: l’isolamento sociale si associa in modo abbastanza documentato a un peggior benessere fisico e psicologico.
Non serve demonizzare lo smartphone né sentirsi in colpa. Tra lavoro, stanchezza e impegni, lo schermo è spesso la via più semplice. Puoi però dare valore ai piccoli gesti. Una telefonata al posto di un messaggio, un caffè con un collega, due parole con il vicino, il telefono lontano dalla tavola durante la cena. Se ti accorgi che la solitudine pesa sulle tue giornate, parlarne con il medico di famiglia può essere un primo passo utile.
Fonte scientifica
Paper originale: How Digital Screen Use Alienates Human Societies
DOI: 10.4324/9781003468080
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