Se hai il diabete, o se lo ha qualcuno a cui vuoi bene, probabilmente conosci già l’appuntamento periodico con l’oculista. Molte persone lo vivono come una formalità. In realtà serve a intercettare un danno che nelle prime fasi non dà quasi mai sintomi. Quando il problema avanza, una delle cure più diffuse consiste in iniezioni ripetute direttamente nell’occhio, una prospettiva che comprensibilmente spaventa. Una nuova ricerca esplora un’altra strada: una compressa da prendere per bocca. Vale la pena capire che cosa ha mostrato davvero e che cosa ancora non sappiamo.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Che cosa succede alla retina con il diabete
La retina è il sottile tessuto sul fondo dell’occhio che trasforma la luce in immagini. È nutrita da una rete di vasi sanguigni minuscoli. Quando la glicemia resta alta a lungo, questi vasi diventano fragili e iniziano a lasciar filtrare liquido. Si parla allora di retinopatia diabetica non proliferativa, la forma più comune e più precoce della malattia.
Se il liquido si accumula nella macula, la zona centrale della retina che ci permette di leggere e riconoscere i volti, compare l’edema maculare. Le terapie attuali bloccano il VEGF, una sostanza che rende i vasi più permeabili. Funzionano bene, ma richiedono iniezioni frequenti. Per questo motivo molte persone nelle fasi iniziali non le ricevono.
Che cosa hanno studiato i ricercatori
Il farmaco al centro dello studio si chiama danegaptide e si assume per via orale. Agisce sui canali che mettono in comunicazione cellule vicine, attraverso una proteina chiamata connessina 43. L’obiettivo è rinforzare la barriera tra sangue e retina, cioè il “filtro” che impedisce ai liquidi di uscire dai vasi.
Nelle cellule umane coltivate in laboratorio e negli animali, il farmaco ha ridotto la perdita di liquido e ha contrastato l’effetto del VEGF. I ricercatori hanno anche individuato un possibile meccanismo: il farmaco preserverebbe una molecola che l’organismo usa naturalmente per frenare il VEGF.
La parte sulle persone è un primo studio clinico, di fase iniziale, con 24 partecipanti affetti da retinopatia non proliferativa ed edema maculare lieve. Non sono emersi effetti avversi gravi legati al farmaco, e sono stati osservati alcuni segnali precoci di attività biologica.
Perché è interessante, ma non è ancora una cura
L’idea di una terapia orale ha un fascino concreto. Agirebbe su entrambi gli occhi insieme e potrebbe permettere di intervenire prima che il danno diventi irreversibile. Ma è importante non correre troppo.
Uno studio di questo tipo serve soprattutto a verificare la sicurezza, su pochi pazienti e per un tempo breve. Non ha dimostrato che la compressa protegga la vista nel lungo periodo. Mancava anche un confronto ampio con altre terapie. E ciò che accade in laboratorio o negli animali non si ripete automaticamente nell’essere umano. Gli stessi ricercatori indicano la necessità di studi più grandi per capire se il beneficio sia reale e duraturo.
Che cosa puoi portare a casa oggi
Questo farmaco è sperimentale e non è disponibile per l’uso comune. Se stai facendo iniezioni o altre cure per gli occhi, non ha senso modificarle sulla base di questa notizia. È normale sperare in soluzioni meno invasive, e la ricerca sta andando in quella direzione. Nel frattempo gli strumenti più solidi restano quelli già noti: tenere sotto controllo glicemia e pressione arteriosa, non fumare e sottoporsi con regolarità all’esame del fondo oculare, anche quando vedi bene. La retinopatia iniziale è silenziosa, e scoprirla presto fa la differenza. Per qualsiasi dubbio sulla tua situazione, il riferimento giusto è il confronto con il diabetologo e l’oculista.
Fonte scientifica
Paper originale: Preclinical and clinical evaluation of systemic danegaptide for the treatment of nonproliferative diabetic retinopathy.
Rivista: Science translational medicine
DOI: 10.1126/scitranslmed.aed8692
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