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La notizia in breve
Uno studio coordinato nel Regno Unito dalla University College di Londra e pubblicato su Jama Network Open, basato su una metanalisi di dati relativi a 16 milioni di individui in tre continenti, segnala che soffrire del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd) si associa a tassi più elevati di suicidio e decessi per lesioni, nonché a un moderato aumento della mortalità per cause naturali. Il lavoro mostra inoltre che tale rischio risulta inferiore tra chi assume farmaci per il trattamento dell’Adhd.
“In precedenza avevamo già riscontrato che le persone con Adhd presentano un’aspettativa di vita ridotta”, spiega l’autore Joshua Stott. Dai dati emerge che, per le persone con diagnosi di Adhd, il tasso di mortalità per qualsiasi causa è superiore del 70% rispetto a chi non ne soffre. Il tasso di suicidi risulta più elevato del 90%, quello per decessi legati a lesioni, intenzionali o accidentali, è superiore del 55%, mentre quello per cause naturali è più alto del 27%. Per coloro che assumono farmaci specifici per il disturbo, il rischio di mortalità sembra essere inferiore del 25%.
Gli studiosi evidenziano come le persone con Adhd affrontino difficoltà nella regolazione emotiva, nel controllo degli impulsi e nella gestione dei comportamenti a rischio, oltre a subire una maggiore esclusione sociale, condizioni di svantaggio e stigmatizzazione. I decessi per lesioni non intenzionali, come gli incidenti stradali, potrebbero essere correlati a differenze nei meccanismi dell’attenzione. In precedenza, gli autori hanno rilevato che chi soffre di Adhd presenta più di frequente malattie cardiovascolari, disturbi metabolici, diabete o cancro, forse legate a comportamenti come il fumo o il consumo di alcol, potendo inoltre incontrare difficoltà nell’accedere ai servizi sanitari e nell’aderire ai trattamenti medici prescritti.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Cos’è l’Adhd e perché riguarda anche gli adulti
Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività è una condizione del neurosviluppo: nasce da differenze nel modo in cui il cervello regola attenzione, impulsi e livello di attività. Si manifesta tipicamente nell’infanzia, ma in una parte rilevante dei casi persiste nell’età adulta, spesso con sintomi meno visibili. L’iperattività motoria tende ad attenuarsi, mentre restano più frequentemente disattenzione, disorganizzazione e difficoltà a regolare le emozioni.
Negli adulti la diagnosi è spesso tardiva o mancata, perché i sintomi possono essere scambiati per tratti caratteriali o mascherati da altri disturbi che vi si associano di frequente, come ansia, depressione o uso problematico di sostanze.
Come un disturbo dell’attenzione può incidere sulla salute
Il legame con una mortalità più alta passa per più vie. L’impulsività e la difficoltà a valutare le conseguenze immediate aumentano l’esposizione a comportamenti rischiosi; le oscillazioni dell’attenzione possono pesare in attività che richiedono vigilanza continua, come la guida. La disregolazione emotiva, unita alla frequente presenza di disturbi dell’umore, è tra i fattori considerati rilevanti per il rischio suicidario.
Sul versante delle cause naturali, il quadro è più indiretto. Fumo, alcol, alimentazione irregolare, sonno disturbato e sedentarietà sono più comuni nelle persone con Adhd e sono fattori di rischio consolidati per malattie cardiovascolari e metaboliche. A questo si aggiunge la difficoltà a gestire appuntamenti, controlli e terapie continuative, che può ridurre l’efficacia delle cure per altre patologie.
Il ruolo dei trattamenti
Il trattamento dell’Adhd combina, in genere, farmaci specifici e interventi non farmacologici: psicoeducazione, terapie psicologiche orientate alle abilità organizzative e alla gestione delle emozioni, supporto in ambito scolastico o lavorativo. L’obiettivo è ridurre i sintomi centrali, e con essi le conseguenze a valle sul comportamento e sulla salute.
Il dato sulla mortalità più bassa tra chi assume farmaci va letto con la cautela propria degli studi osservazionali. Questo tipo di ricerca rileva associazioni, ma non può escludere del tutto che chi accede e aderisce a una terapia differisca per altri aspetti, come maggiore supporto sociale, migliore contatto con i servizi o minore gravità di altri disturbi. Resta quindi aperta la misura in cui il beneficio dipenda dal farmaco in sé.
Cosa è consolidato e cosa resta incerto
È ampiamente accettato che l’Adhd non sia soltanto un problema scolastico o comportamentale, ma una condizione con ricadute sulla salute fisica e mentale lungo tutta la vita. Meno chiaro è il peso relativo dei singoli fattori: sintomi del disturbo, comorbidità psichiatriche, stili di vita e svantaggio sociale si intrecciano e sono difficili da separare.
Proprio questo intreccio spiega perché si tenda a considerare rilevanti, accanto alla cura dei sintomi, anche gli aspetti di stile di vita, come attività fisica regolare, sonno e uso di sostanze, oltre all’attenzione alla salute mentale e alla riduzione dello stigma che può ostacolare l’accesso alle cure.
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