Quindicenni, iperconnessione al 26,8%: quando i social diventano un problema

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La notizia in breve

Nel 2026 l’iperconnessione riguarda il 26,8% dei quindicenni, che trascorre oltre quattro ore al giorno sui social media rispetto al 20,7% del 2025, con un’incidenza maggiore tra le ragazze (35%). L’intelligenza artificiale è impiegata dal 73,1% degli adolescenti, soprattutto per chiarire dubbi scolastici, soddisfare curiosità e svolgere compiti. Il 16,2% mostra tuttavia un uso definito disfunzionale, caratterizzato da dipendenza, coinvolgimento emotivo e fiducia incondizionata.

I dati provengono dai risultati raccolti nel 2026 nell’ambito del progetto ‘Mutamenti interazionali e benessere’, che dal 2025 monitora per cinque anni circa 3.000 adolescenti, presentati presso il Consiglio nazionale delle ricerche. L’indagine rileva anche la crescita del phubbing, il fastidio per le interruzioni durante le attività in rete o in chat, segnalato dal 55% del campione. In merito a questo contesto, Antonio Tintori del CNR ha affermato: “Il mondo virtuale e ora l’Ia ci stanno silenziosamente proiettando in una nuova dimensione comunicativa che, per ora, sta producendo più disagi che benefici”.

Sul piano psicologico e comportamentale, sintomi di ansia e depressione interessano il 20,7% degli intervistati, in particolare ragazze, mentre la scarsa autostima coinvolge il 37,3% e livelli elevati di aggressività il 26,2%. Il 14,5%, con prevalenza maschile, risulta moralmente disimpegnato e incline a minimizzare comportamenti dannosi.

La tendenza all’isolamento sociale interessa il 49,9% dei ragazzi, che esce solo per andare a scuola; all’interno di questo gruppo, il 6,6% ha vissuto un isolamento di almeno sei mesi, limite che definisce lo stadio dell’hikikomori. Riguardo al cyberbullismo, la partecipazione abituale coinvolge il 47,5% dei quindicenni come autori, il 23,0% come vittime e il 16,2% in ambedue i ruoli.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Uso intenso e uso problematico

Il tempo trascorso online è l’indicatore più semplice da misurare, ma non coincide con il danno. In ambito clinico si parla di uso problematico quando l’attività digitale diventa difficile da controllare, sottrae spazio a sonno, studio e relazioni, e la sua interruzione genera irritabilità o disagio. Il fastidio per le interruzioni rilevato dall’indagine rientra in questa area. Il disturbo da gioco online è oggi riconosciuto nelle classificazioni internazionali, mentre per l’uso dei social non esiste ancora una definizione diagnostica condivisa.

Il nodo della causalità

Il legame tra uso intenso dei social e sintomi ansiosi o depressivi negli adolescenti è osservato con una certa costanza. Resta però aperta la direzione dell’effetto: i social possono peggiorare il benessere, ma un ragazzo già in difficoltà può anche rifugiarsi di più nella rete. Le ricerche come quella descritta, basate su questionari compilati dai ragazzi stessi, misurano sintomi e non diagnosi. Proprio per questo il disegno longitudinale, che segue gli stessi ragazzi per anni, è considerato tra gli strumenti più utili per chiarire queste dinamiche.

Il fatto che le ragazze risultino più esposte sia all’iperconnessione sia ai sintomi emotivi è coerente con quanto descritto in letteratura. Tra le ipotesi discusse figurano il confronto sociale legato all’immagine corporea e la maggiore sensibilità al giudizio dei pari in questa fase dello sviluppo.

Isolamento e hikikomori

Il termine hikikomori, nato in Giappone, indica un ritiro sociale prolungato in cui la persona riduce al minimo i contatti fuori casa. Non è una diagnosi psichiatrica autonoma. Il dibattito clinico verte su un punto: il ritiro può essere un fenomeno a sé oppure il segnale di condizioni sottostanti, come ansia sociale, depressione o disturbi del neurosviluppo. La rete può offrire un canale relazionale residuo, ma può anche rendere più sostenibile il ritiro dal mondo fisico. Nei casi conclamati l’approccio prevede in genere un lavoro graduale che coinvolge anche la famiglia.

Cyberbullismo e intelligenza artificiale

Il cyberbullismo si distingue dal bullismo tradizionale per la persistenza dei contenuti, il pubblico potenzialmente illimitato e la difficoltà di sottrarsi. È associato a sintomi ansiosi, depressivi e a disturbi del sonno. Chi è al tempo stesso vittima e autore viene considerato il profilo più vulnerabile.

Sull’intelligenza artificiale le evidenze sono ancora molto preliminari. Le preoccupazioni cliniche riguardano soprattutto il coinvolgimento emotivo con sistemi progettati per essere sempre disponibili e accondiscendenti, e la fiducia acritica nelle risposte. Mancano però dati solidi sugli effetti a lungo termine nello sviluppo adolescenziale.

Il ruolo dello stile di vita

Alcuni fattori hanno basi più solide di altri. Il sonno è il più studiato: l’uso serale dei dispositivi può ritardare l’addormentamento e ridurre il riposo, e la privazione di sonno peggiora umore e regolazione emotiva. L’attività fisica regolare e le relazioni in presenza sono riconosciuti come fattori protettivi per il benessere psicologico in adolescenza. In parte questo effetto dipende proprio dal tempo che sottraggono agli schermi.

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