Parkinson: la strana alleanza che aiuta memoria e movimenti

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Quando si parla di Parkinson, l’attenzione va quasi sempre ai tremori e alla rigidità. Ma per chi convive con questa malattia, o ne segue da vicino l’evoluzione, conta anche altro: equilibrio, autonomia nei gesti quotidiani, lucidità mentale. È per questo che interessa una nuova ricerca su topi che ha testato una combinazione insolita, la terapia standard con levodopa/carbidopa insieme a veleno d’api liofilizzato. Non perché sia pronta per l’uso clinico, ma perché prova a capire se si possano migliorare alcuni limiti dei trattamenti attuali.

Che cosa ha studiato davvero

I ricercatori hanno usato un modello animale di Parkinson, cioè topi con una lesione cerebrale indotta in laboratorio che riduce la funzione dopaminergica su un lato del cervello. Questo provoca problemi di movimento e, in parte, anche di memoria, utili per osservare se un trattamento cambia il comportamento.

Gli animali sono stati divisi in piccoli gruppi: alcuni senza lesione, altri con lesione non trattata, altri ancora trattati con levodopa/carbidopa, da sola o insieme al veleno d’api. I ricercatori hanno poi valutato come i topi usavano le zampe anteriori, quanto mostravano una preferenza laterale nei movimenti e come si comportavano in un test di memoria a breve termine con oggetti nuovi.

I risultati principali

Nel complesso, l’aggiunta del veleno d’api alla terapia standard è stata associata a risultati migliori rispetto al farmaco da solo in diversi test comportamentali. I topi trattati con la combinazione hanno mostrato una maggiore simmetria nei movimenti, meno trascinamento della zampa e una migliore prestazione in un compito che misura la lateralizzazione del comportamento motorio.

C’è stato anche un segnale interessante sul piano cognitivo. Nel test di riconoscimento di un oggetto nuovo, i topi trattati con la combinazione hanno mantenuto una prestazione vicina a quella degli animali senza lesione. Questo suggerisce un possibile effetto favorevole anche su alcuni aspetti della memoria.

Ma c’è una cautela importante. In uno dei test cognitivi il gruppo destinato a ricevere anche il veleno d’api partiva già con valori iniziali più alti prima del trattamento. Quindi il dato sulla memoria va interpretato con prudenza, perché non è del tutto chiaro quanto del vantaggio osservato dipenda davvero dalla terapia.

Perché può interessare anche fuori dal laboratorio

La terapia con levodopa resta centrale nel Parkinson, ma col tempo può diventare meno efficace o non controllare bene tutti i sintomi. Per questo si cercano sostanze che possano agire come adiuvanti, cioè supporti alla terapia di base.

Il punto interessante non è tanto il “naturale” in sé, che non garantisce efficacia né sicurezza, quanto l’idea che alcuni componenti del veleno d’api possano influenzare circuiti nervosi, infiammazione o stress ossidativo. In questo studio, però, questi meccanismi non sono stati misurati direttamente. Si sono osservati solo i comportamenti degli animali.

Che cosa non possiamo concludere

Questo lavoro non dimostra che il veleno d’api curi il Parkinson, né che sia utile nelle persone. È uno studio su pochi topi maschi, con un modello sperimentale che riproduce solo alcuni aspetti della malattia umana. C’è anche un altro limite rilevante: non sono stati misurati in modo diretto i neuroni dopaminergici, i marcatori di infiammazione o altri indicatori biologici che aiuterebbero a capire se c’è stata vera neuroprotezione.

In pratica, oggi il messaggio per la vita quotidiana è semplice: questa ricerca è uno spunto promettente, non una proposta terapeutica. Non giustifica l’uso fai da te di prodotti a base di veleno d’api, che possono anche causare reazioni importanti. Il valore dello studio sta nell’aprire una pista da verificare meglio, con studi più completi e, solo eventualmente, futuri test nell’uomo.

Fonte scientifica

Paper originale: Bee venom enhances dopaminergic function and behavioral recovery in a murine model of Parkinson’s disease
Rivista: Neuroprotection/Neuroprotection (Chichester, England. Print)
DOI: 10.1002/nep3.70038

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