La notizia in breve
L’obesità infantile rappresenta un rischio a lungo termine anche per l’età adulta, incrementando sensibilmente il rischio di diabete, malattie cardiovascolari, patologie tumorali e disturbi psicologici. Oltre la metà dei bambini e adolescenti obesi è destinata a diventare un adulto obeso, fenomeno definito tracking dell’obesità, secondo quanto emerso durante un convegno promosso dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con l’Associazione Medici Endocrinologi (Ame Ets).
In merito a tale andamento, il presidente dell’Iss Rocco Bellantone ha riferito che diversi studi evidenziano come circa il 55% dei bambini obesi rimanga obeso durante l’adolescenza e oltre il 70% degli adolescenti con obesità continui a esserlo in età adulta. In Italia il fenomeno interessa il 19% dei bambini di 8-9 anni in sovrappeso, il 10% obeso e un ulteriore 2,6% con obesità grave, con una diffusione più marcata nelle regioni meridionali e nei contesti socioeconomici maggiormente svantaggiati.
Roberto Vettor, dell’Irccs Istituto Clinico Humanitas Research Hospital di Rozzano, ha spiegato che l’obesità non deve essere considerata una fase transitoria superabile con la crescita, indicando l’adolescenza come una finestra decisiva per intervenire precocemente con una presa in carico continua. In questo quadro si inserisce la nuova Linea guida nazionale sulla terapia del sovrappeso e dell’obesità resistenti al trattamento comportamentale negli adolescenti tra i 12 e i 18 anni, pubblicata il 17 luglio 2026 nel Sistema Nazionale Linee Guida Iss.
Infine, Marco Silano dell’Iss ha evidenziato che l’esposizione prolungata all’eccesso di tessuto adiposo determina un accumulo progressivo di danni metabolici e vascolari, con il conseguente aumento del rischio di diabete di tipo 2 e l’insorgenza precoce di ipertensione, dislipidemia e aterosclerosi.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Una malattia che può persistere nel tempo
L’obesità infantile non è soltanto una variazione del peso né una condizione necessariamente destinata a scomparire con la crescita. Il tracking dell’obesità, cioè la tendenza dell’eccesso ponderale a proseguire dall’infanzia all’adolescenza e poi nell’età adulta, riflette l’interazione tra predisposizione biologica, ambiente familiare, abitudini consolidate e condizioni sociali.
Il dato secondo cui oltre la metà dei bambini con obesità può diventare un adulto con obesità non descrive un destino inevitabile. Indica però che la persistenza è frequente e che l’adolescenza rappresenta una fase clinicamente importante, nella quale i cambiamenti ormonali, psicologici e sociali possono rendere più complessa la gestione del peso.
Perché il tessuto adiposo conta
Il tessuto adiposo non è un semplice deposito di energia. Quando è presente in eccesso, può alterare la regolazione della glicemia, dei grassi nel sangue, della pressione arteriosa e dei processi infiammatori, favorendo nel tempo danno metabolico e vascolare.
La durata dell’esposizione è rilevante: quanto più a lungo persistono queste alterazioni, tanto maggiore può diventare il carico sull’organismo. Diabete di tipo 2, ipertensione, dislipidemia e aterosclerosi non compaiono automaticamente in ogni ragazzo con obesità, ma possono iniziare a svilupparsi già in età giovanile, talvolta senza manifestazioni evidenti.
Le conseguenze non riguardano soltanto il metabolismo. L’obesità può associarsi a difficoltà respiratorie, problemi articolari, disturbi del sonno e sofferenza psicologica, alla quale contribuiscono anche stigma, derisione e discriminazione.
Una presa in carico non colpevolizzante
Il trattamento non coincide con una prescrizione generica di mangiare meno e muoversi di più. L’alimentazione, l’attività fisica, il sonno e la sedentarietà sono elementi centrali, ma risentono delle possibilità economiche, dell’organizzazione familiare, dell’ambiente scolastico e della disponibilità di spazi e alimenti adeguati.
La maggiore diffusione nei contesti socialmente svantaggiati mostra che l’obesità infantile è anche un problema di equità sanitaria. Attribuirla alla sola volontà individuale trascura determinanti che il bambino o l’adolescente non controlla e rischia di aumentare vergogna e isolamento.
La presa in carico è quindi generalmente multidisciplinare e coinvolge il giovane e la famiglia, con obiettivi proporzionati all’età, alla crescita e alle eventuali complicanze. Nei casi resistenti agli interventi comportamentali possono essere considerate ulteriori opzioni terapeutiche, ma la scelta richiede una valutazione specialistica individuale, un attento bilancio tra benefici e rischi e continuità nel tempo.
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