E se il trauma dei genitori colpisse i figli anche dopo molti anni?

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Quando un grande trauma collettivo entra in una famiglia, i suoi effetti non sempre si fermano a chi lo ha vissuto in prima persona. A distanza di molti anni, possono emergere difficoltà emotive anche nei figli ormai adulti, spesso in modo poco visibile. È questo il nodo affrontato da un nuovo studio su famiglie legate agli interventi dopo l’attacco alle Torri Gemelle, un tema che riguarda da vicino il modo in cui pensiamo alle conseguenze a lungo termine dei disastri.

Che cosa ha studiato la ricerca

I ricercatori hanno esaminato genitori soccorritori o addetti al recupero coinvolti dopo l’11 settembre e i loro figli adulti. L’interesse principale era capire se l’esposizione dei genitori a quell’evento, e soprattutto la presenza di disturbi psicologici successivi come il disturbo da stress post-traumatico, fosse collegata alla salute mentale dei figli.

Per farlo sono stati raccolti questionari standardizzati su vari aspetti: depressione, ansia, sintomi post-traumatici, attacchi di panico, uso di sostanze, esperienze traumatiche nella vita dei figli, qualità della relazione familiare, sostegno sociale e qualità della vita. Lo studio ha incluso sia soccorritori “tradizionali”, come le forze dell’ordine, sia lavoratori del recupero con ruoli diversi.

I risultati principali

Secondo i dati disponibili, una maggiore esposizione del genitore agli eventi dell’11 settembre era associata nei figli adulti a una probabilità più alta di sintomi compatibili con stress post-traumatico, ansia e panico. C’era anche un legame tra alcuni problemi di salute mentale attuali dei genitori e quelli dei figli: il disturbo post-traumatico del genitore era associato a sintomi simili nei figli, mentre la depressione del genitore era collegata alla depressione dei figli.

Un altro elemento emerso riguarda la qualità del rapporto tra genitore e figlio. Relazioni percepite come più difficili erano associate a più depressione, più sintomi post-traumatici e maggiore rischio di disturbo da uso di alcol nei figli adulti.

Lo studio segnala anche che non tutti i gruppi erano uguali. Alcune associazioni cambiavano a seconda del tipo di lavoro svolto dal genitore dopo il disastro, il che fa pensare che il contesto dell’esposizione possa contare.

Perché questi dati interessano anche fuori da questo caso

Il messaggio più utile non è che il trauma “si trasmette” in modo inevitabile. Piuttosto, lo studio suggerisce che la sofferenza psicologica di un genitore può influenzare il clima familiare e, nel tempo, associarsi al benessere mentale dei figli, anche quando questi sono ormai adulti.

Questo può aiutare a leggere con più realismo certe situazioni. Se in una famiglia c’è stato un trauma importante, non significa che i figli svilupperanno per forza un disturbo. Ma può essere sensato prestare attenzione a segnali come ansia persistente, umore depresso, isolamento, abuso di alcol o difficoltà relazionali. Non per allarmarsi, ma per riconoscere prima un eventuale bisogno di supporto.

Che cosa non possiamo concludere

È importante essere prudenti. Questo è uno studio osservazionale, quindi mostra associazioni, non prove di causa-effetto. Non dimostra che il disturbo del genitore abbia causato direttamente i problemi nei figli. Entrano in gioco molti altri fattori possibili: eventi traumatici vissuti dai figli, caratteristiche familiari precedenti, vulnerabilità individuali, condizioni sociali ed economiche.

C’è anche un limite di applicabilità. I partecipanti appartenevano a un contesto molto specifico, quello delle famiglie dei soccorritori e dei lavoratori coinvolti dopo un grande disastro. Per questo i risultati non si possono trasferire automaticamente a tutte le famiglie o a ogni tipo di trauma.

Cosa ci si può portare a casa

La lezione più concreta è che curare il trauma di un adulto può avere effetti che vanno oltre l’individuo. Dopo eventi estremi, il sostegno psicologico non dovrebbe fermarsi ai diretti interessati, ma considerare anche la famiglia. Per una persona comune, il punto non è fare autodiagnosi, ma ricordare che il benessere mentale si costruisce anche nelle relazioni e nel tempo.

Se in famiglia c’è stata un’esperienza traumatica importante, può essere utile non minimizzare ciò che continua a pesare anni dopo. Chiedere aiuto, quando serve, non riguarda solo “chi c’era”, ma l’equilibrio dell’intero nucleo familiare.

Fonte scientifica

Paper originale: The long shadow of 9/11: Mental health outcomes in adult children of World Trade Center Responders with PTSD.
Rivista: PLOS mental health
DOI: 10.1371/journal.pmen.0000574

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