Glicemia alta: la scoperta nel DNA che spiega perché non è solo dieta

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Quando si parla di rischio di diabete, di solito pensiamo a peso, alimentazione, movimento e familiarità. C’è però un altro livello, meno visibile, che riguarda piccoli dettagli del nostro patrimonio genetico. Un nuovo studio punta l’attenzione su una minuscola proteina prodotta dai mitocondri, le strutture cellulari che aiutano a gestire l’energia, e suggerisce che in alcune persone potrebbe avere un ruolo nel metabolismo di zuccheri e grassi.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Che cosa hanno studiato

I ricercatori hanno cercato varianti nel DNA mitocondriale, una parte del materiale genetico molto meno esplorata rispetto a quello contenuto nel nucleo delle cellule. In tre gruppi indipendenti di partecipanti hanno individuato una variante associata al diabete di tipo 2, soprattutto in popolazioni indigene delle Americhe.

Questa variante cade in una piccola sequenza che codifica una microproteina finora non descritta, chiamata MENTSH. Il punto chiave è che la mutazione sembra interrompere il segnale necessario per iniziare a produrre questa proteina. In altre parole, alcune persone potrebbero non riuscire a sintetizzarla normalmente.

Per verificare che MENTSH esistesse davvero e non fosse solo un’ipotesi teorica, il gruppo l’ha cercata in cellule coltivate in laboratorio con tecniche biochimiche e l’ha rilevata anche con spettrometria di massa, un metodo usato per identificare frammenti proteici.

Che cosa è emerso negli esperimenti

La parte più sostanziale del lavoro viene da studi preclinici, quindi condotti in cellule e in topi, non in pazienti. Quando i ricercatori hanno somministrato MENTSH o versioni modificate della proteina, hanno osservato segnali favorevoli sul metabolismo.

Nei modelli animali di obesità e diabete, alcuni analoghi di MENTSH hanno limitato l’aumento di peso indotto da una dieta ricca di grassi e migliorato la tolleranza al glucosio, cioè la capacità dell’organismo di gestire lo zucchero nel sangue. In alcuni test è aumentata anche la massa magra, senza che gli animali mangiassero di più.

C’è anche un indizio sul come questo possa avvenire. La proteina sembra influenzare in modo diverso muscolo e tessuto adiposo: nel muscolo rafforza vie legate alla segnalazione insulinica, mentre nel grasso ne riduce alcune. I dati suggeriscono anche un maggiore uso dei grassi come fonte di energia.

Perché la notizia interessa anche fuori dal laboratorio

Per una persona comune il messaggio non è che esista già una nuova cura, ma che il diabete di tipo 2 potrebbe avere, in alcuni gruppi, componenti biologiche ancora poco riconosciute. Questo è importante perché ricorda una cosa semplice: il rischio metabolico non dipende solo dalle scelte individuali.

C’è anche un possibile risvolto futuro nella medicina di precisione. Se questi risultati venissero confermati, si potrebbero immaginare test genetici più mirati o terapie sostitutive per chi ha questa specifica variante. Ma siamo ancora molto lontani da un’applicazione clinica.

Che cosa non possiamo ancora concludere

Lo studio ha limiti importanti. L’associazione genetica osservata non basta da sola a dimostrare un rapporto di causa-effetto definitivo negli esseri umani. Gli effetti più promettenti arrivano da animali e colture cellulari, che sono utili per capire i meccanismi ma non garantiscono lo stesso risultato nelle persone.

C’è anche una questione tecnica: i ricercatori non hanno ancora mostrato direttamente, nei portatori umani della variante, l’assenza della proteina nei tessuti. In più, le versioni modificate usate negli esperimenti potrebbero agire in modo non identico alla forma naturale.

Che cosa puoi portare a casa

Il dato più solido è che la biologia del diabete è più complessa di quanto spesso immaginiamo, e che il DNA mitocondriale merita più attenzione. Il dato più prudente è che questa scoperta, per ora, non cambia la gestione quotidiana del rischio.

Se hai dubbi sul diabete, i cardini restano quelli già noti: controllo del peso quando possibile, attività fisica regolare, alimentazione di buona qualità, sonno e monitoraggio medico nei soggetti a rischio. Questa ricerca aggiunge un tassello interessante, ma non sostituisce ciò che già sappiamo né giustifica test o trattamenti fai da te.

Fonte scientifica

Paper originale: MENTSH: A novel mitochondrial microprotein linked to a SNP associated with type 2 diabetes
Rivista: Theranostics
DOI: 10.7150/thno.134637

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