Test della fertilità: la verità su quel valore che preoccupa le donne

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Arrivi ai trent’anni, il lavoro magari è ancora instabile o la persona giusta non è arrivata, e la domanda su quanto tempo resta per avere un figlio si fa più insistente. Un semplice esame del sangue che sembra offrire una risposta può apparire come un sollievo. Molte donne cercano proprio questo nel dosaggio dell’ormone antimülleriano. Un’ampia analisi suggerisce però che l’esame non può dare quella risposta, almeno non nella forma in cui spesso la si immagina.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Che cosa misura davvero l’esame

L’ormone antimülleriano, chiamato AMH, è prodotto dai piccoli follicoli dell’ovaio. Il suo valore riflette la riserva ovarica, cioè in modo approssimativo quanti ovociti restano. È un dato utile nei centri di procreazione assistita, perché aiuta a prevedere come le ovaie risponderanno ai farmaci di stimolazione.

Per una donna sana che prova a concepire in modo naturale, le ricerche disponibili indicano che l’AMH aggiunge poco rispetto a un’informazione molto più semplice: l’età. Sapere quanti ovociti ci sono non dice nulla sulla loro qualità, né su quando arriverà una gravidanza.

Un esame sempre più richiesto

I ricercatori hanno esaminato le cartelle cliniche di quasi 1,4 milioni di donne tra 20 e 44 anni, seguite da medici di famiglia in Australia nell’arco di un decennio. Si tratta di uno studio retrospettivo: nessun esperimento, solo l’analisi di dati già registrati. Le richieste dell’esame per valutare la fertilità sono cresciute di oltre tredici volte, con l’aumento più marcato tra i 30 e i 34 anni. Anche l’età al primo test si è abbassata di circa due anni.

L’esame era più diffuso nelle grandi città e nelle fasce più benestanti. Non era rimborsato dal sistema sanitario e poteva costare oltre cento dollari. Colpisce anche la variabilità tra ambulatori: circa un quinto delle differenze dipendeva dallo studio medico frequentato, e un ambulatorio su dieci non lo aveva mai prescritto.

Quando un risultato basso non è quello che sembra

Circa una donna su cinque ha ricevuto un esito segnalato come basso. Molto però dipendeva dal laboratorio. Alcuni usavano valori di riferimento fissi, uguali per tutte le età, e classificavano come bassi quasi la metà dei risultati. I laboratori che tenevano conto dell’età lo facevano in circa un caso su dieci. Tra le poche donne che hanno ripetuto l’esame dopo un esito basso, circa un terzo è poi rientrato nella norma. È facile immaginare quanta preoccupazione possa generare un numero che poi cambia.

Cosa può significare per te

Il messaggio più solido è anche il più semplice: un AMH basso non equivale a infertilità, e un valore normale non garantisce che una gravidanza arriverà quando la desideri. Il rischio è duplice: un’ansia ingiustificata in un caso, una falsa sicurezza nell’altro. Decidere se congelare gli ovociti o quando cercare un figlio sulla base di questo esame significa affidare scelte importanti a un dato che non risponde a quella domanda.

Se il tema ti riguarda, la strada più informativa resta un confronto con il medico. Contano l’età, lo stato di salute generale, la regolarità dei cicli e il tempo da cui stai provando a concepire.

I limiti da tenere presenti

Lo studio descrive quanto spesso l’esame è stato richiesto. Non dice perché, né come i risultati abbiano influenzato le decisioni delle donne. Il motivo della richiesta era ricavato da note scritte liberamente dai medici e mancava in circa un caso su cinque. Gli ambulatori analizzati non erano stati scelti a caso, quindi il campione potrebbe non rappresentare tutta la popolazione.

Il quadro resta comunque coerente con quanto già indicano le linee guida: l’AMH ha un ruolo preciso nella medicina specialistica della fertilità, ma non funziona come previsione personale sul tuo futuro riproduttivo.

Fonte scientifica

Paper originale: Trends in Anti‐Müllerian Hormone (AMH) Testing for Fertility Assessment in Australian General Practice, 2011–2021: A Retrospective Open Cohort Study
Rivista: The Australian & New Zealand Journal of Obstetrics & Gynaecology
DOI: 10.1111/ajo.70179

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