Per chi fa emodialisi, il rischio cardiovascolare non è un dettaglio secondario: è uno degli aspetti che pesano di più sulla salute nel tempo. Per questo anche un dato apparentemente immutabile, come il gruppo sanguigno, può attirare l’attenzione dei ricercatori. Non perché debba cambiare le cure di oggi, ma perché potrebbe aiutare a capire meglio perché alcune persone hanno un decorso diverso da altre.

Che cosa ha studiato questa ricerca
Lo studio ha cercato di capire se i gruppi sanguigni ABO siano collegati al rischio di morte nelle persone in emodialisi. Nella popolazione generale esistono già associazioni tra gruppo sanguigno e salute cardiovascolare, ma non era chiaro se lo stesso schema valesse anche in chi vive con insufficienza renale avanzata e trattamenti dialitici regolari.
I ricercatori hanno seguito nel tempo 1.671 adulti in emodialisi, provenienti da più centri, per un periodo fino a cinque anni. Hanno confrontato i gruppi sanguigni con tre esiti: mortalità per qualsiasi causa, mortalità cardiovascolare e mortalità non cardiovascolare. Si tratta di uno studio osservazionale prospettico: utile per individuare legami, ma non per dimostrare un rapporto di causa-effetto.
I risultati principali
Nel periodo di osservazione si sono verificati 464 decessi, di cui 278 per cause cardiovascolari. Il dato più interessante è che le persone con gruppo A mostravano un rischio più basso di morte totale rispetto a quelle con gruppo O. Lo stesso andamento emergeva anche per la mortalità cardiovascolare.
Per i gruppi B e AB non è emersa un’associazione chiara dello stesso tipo. C’è anche un altro punto importante: non si è osservato un legame significativo tra gruppo sanguigno e mortalità non cardiovascolare.
Questo risultato colpisce perché va in una direzione diversa da quella spesso descritta nella popolazione generale, dove il gruppo O è talvolta considerato più favorevole per alcuni aspetti cardiovascolari. Qui, invece, nel contesto molto particolare dell’emodialisi, il quadro sembra diverso.
Perché può interessare anche fuori dagli ambulatori
Se tu o una persona vicina convivete con la dialisi, notizie come questa possono suscitare domande comprensibili. Il punto non è usare il gruppo sanguigno come “verdetto”, ma capire se esistano meccanismi biologici specifici della dialisi che modificano il rischio cardiovascolare.
L’emodialisi infatti non riproduce semplicemente la funzione del rene. Si accompagna spesso a infiammazione cronica, alterazioni dei vasi, squilibri minerali e altri fattori che possono cambiare molto il terreno su cui si sviluppano le malattie cardiovascolari. Questo studio suggerisce che in questa popolazione i fattori di rischio potrebbero non comportarsi come nella popolazione generale.
Che cosa ci si può portare a casa, con prudenza
Il messaggio pratico è sobrio: non c’è motivo di cambiare cure o abitudini in base al gruppo sanguigno. Lo studio non dice che il gruppo A protegga in senso causale, né che il gruppo O aumenti il rischio in modo certo per il singolo paziente.
C’è anche da ricordare che i dati derivano da una popolazione quasi esclusivamente giapponese, con informazioni raccolte all’inizio dello studio e poi seguite nel tempo. Restano possibili fattori confondenti non misurati. In più, trattandosi di una coorte osservazionale, il risultato va considerato come generatore di ipotesi, non come base per decisioni cliniche immediate.
Per la vita quotidiana, il punto fermo resta un altro: in emodialisi contano soprattutto l’aderenza alle terapie, il controllo dei fattori di rischio, l’alimentazione concordata con il team curante e la gestione attenta di pressione, liquidi e farmaci. Questo studio aggiunge un tassello interessante alla comprensione del rischio, ma non sostituisce ciò che sappiamo già essere utile.
Fonte scientifica
Paper originale: ABO Blood Types and Mortality in Patients Undergoing Hemodialysis
Rivista: Kidney International Reports
DOI: 10.1016/j.ekir.2026.106558
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