La notizia in breve
La composizione del microbioma intestinale potrebbe segnalare, prima dei test del sangue, l’avvio dei meccanismi che potrebbero portare allo sviluppo del diabete di tipo 2. È quanto indica uno studio coordinato dall’Università di Trento, presentato a Milano al congresso della European Association for the Study of Diabetes (Easd).
Esaminando i dati genetici dei batteri intestinali di oltre 200 mila persone, i ricercatori hanno individuato 789 specie batteriche presenti in quantità anomale, in eccesso o in difetto, nei soggetti con diabete o pre-diabete. Le medesime anomalie sono state rilevate anche in persone non diabetiche ma considerate a rischio di contrarre la patologia.
Secondo gli autori della ricerca, i risultati prospettano due ambiti di utilizzo: integrare gli esami già in uso per identificare chi ha maggiori probabilità di ammalarsi e coadiuvare le strategie di prevenzione. A questo proposito, il primo firmatario dello studio, Gabriel Baldanzi, ha spiegato che mostrare precocemente le variazioni del microbioma legate a stili di vita corretti potrebbe offrire alle persone una motivazione a mantenere i cambiamenti intrapresi.
Riguardo alla natura dei microrganismi rilevati, il coordinatore dello studio Nicola Segata ha dichiarato: “Molte specie batteriche che rientrano nella “firma” del diabete sono attualmente del tutto sconosciute e sono state identificate da noi per la prima volta direttamente a partire dai dati metagenomici. In altre parole, sono nuove per la scienza”.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Una malattia che inizia prima della diagnosi
Il diabete di tipo 2 si sviluppa lentamente. Per anni l’organismo risponde sempre meno all’insulina, l’ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule, e il pancreas compensa producendone di più. Quando questo equilibrio cede, la glicemia sale prima in modo lieve, nella fase detta pre-diabete, e poi stabilmente.
Gli esami del sangue misurano soprattutto l’effetto finale, cioè lo zucchero in circolo. Per questo la ricerca cerca segnali che precedano l’alterazione glicemica e che permettano di riconoscere prima chi si sta avviando verso la malattia.
Perché il microbioma interessa la ricerca sul diabete
Il microbioma intestinale è l’insieme dei microrganismi che vivono nell’intestino e dei loro geni. Questi batteri fermentano parte del cibo che non digeriamo, in particolare le fibre, e producono sostanze che influenzano l’infiammazione, la funzione della barriera intestinale e il modo in cui l’organismo gestisce zuccheri e grassi.
Un’ipotesi molto discussa è che un microbioma alterato contribuisca a quello stato di infiammazione cronica di basso grado che si associa alla resistenza all’insulina. L’analisi metagenomica, che legge direttamente il DNA presente in un campione di feci, permette di censire anche specie mai coltivate in laboratorio. Proprio per questo molte di esse restano, per ora, prive di un nome e di una funzione nota.
Cosa è solido e cosa resta aperto
L’associazione tra composizione del microbioma e disturbi metabolici è un dato ricorrente nella letteratura scientifica. Molto meno chiaro è il rapporto di causa: le alterazioni batteriche possono contribuire alla malattia, esserne una conseguenza o riflettere fattori comuni come dieta, peso corporeo, attività fisica e farmaci, alcuni dei quali modificano essi stessi la flora intestinale.
Esistono poi limiti pratici. Il microbioma varia molto tra individui, popolazioni e aree geografiche, e cambia nel tempo nella stessa persona. Prima che un profilo batterico diventi uno strumento clinico occorre dimostrare che migliori davvero la capacità di previsione rispetto agli indicatori già disponibili e che sia riproducibile in contesti diversi.
Il peso dello stile di vita
Il diabete di tipo 2 è in larga parte legato a fattori modificabili. Il consenso clinico indica che alimentazione ricca di fibre e vegetali, riduzione degli zuccheri raffinati e dei cibi ultraprocessati, attività fisica regolare e controllo del peso riducono il rischio di progressione dal pre-diabete alla malattia conclamata.
Questi stessi fattori sono tra i principali determinanti della composizione del microbioma. È questo il punto di contatto con l’idea, avanzata dagli autori, di rendere visibili i cambiamenti batterici come rinforzo motivazionale. Si tratta di una prospettiva interessante, ma il suo effetto concreto sull’aderenza a lungo termine non è ancora stato misurato.
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