Ti sarà capitato di rispondere al telefono a uno sconosciuto e di immaginare, senza pensarci, quanti anni abbia. La voce porta con sé molte informazioni: il ritmo, le pause, il tono, la scelta delle parole. Un gruppo di ricercatori si è chiesto se in questi dettagli possa esserci qualcosa di più dell’età anagrafica, cioè un riflesso di come stanno invecchiando il cervello e il corpo. È una domanda che tocca da vicino chiunque abbia un genitore anziano o si preoccupi della propria memoria.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Che cosa hanno fatto i ricercatori
Lo studio ha coinvolto quasi 3.000 persone di lingua spagnola in cinque Paesi dell’America Latina. Tra loro c’erano persone in buona salute e persone con declino cognitivo lieve, cioè difficoltà di memoria o di ragionamento che non impediscono ancora una vita autonoma. Partecipavano anche persone con malattia di Alzheimer e con demenza frontotemporale, una forma che colpisce soprattutto il comportamento o il linguaggio.
I partecipanti sono stati registrati mentre parlavano. Un sistema di apprendimento automatico, cioè un programma che impara a riconoscere schemi a partire da molti esempi, ha analizzato sia le caratteristiche sonore della voce sia il contenuto del discorso. Da questi elementi ha provato a stimare l’età di ciascuno. La differenza tra l’età stimata e quella reale è stata chiamata divario di età del parlato: quando è positivo, la voce suona più vecchia degli anni effettivi.
Che cosa è emerso
Le persone con un disturbo cognitivo mostravano in media un divario maggiore rispetto a quelle sane. Il valore era più alto nella demenza frontotemporale, in particolare nella forma che colpisce il linguaggio, e un po’ più basso nell’Alzheimer.
Il divario risultava collegato anche ad altri indicatori dell’invecchiamento. Tra questi ci sono i punteggi nei test cognitivi e nelle attività quotidiane, alcune stime dell’età del cervello ricavate dalle immagini nei pazienti e l’età epigenetica, una misura dell’invecchiamento basata su modifiche chimiche del DNA. Nei pazienti con Alzheimer è emerso un legame con i livelli di una proteina nel sangue associata alla malattia. Nelle persone sane e in quelle con Alzheimer si osservava anche un rapporto con le condizioni sociali di vita accumulate nel tempo.
Perché non è un test per la demenza
Questi risultati vanno letti per quello che sono. Si tratta di uno studio trasversale, che fotografa le persone in un singolo momento. Mostra che certe caratteristiche tendono a presentarsi insieme, ma non dice quale venga prima né se una voce più “anziana” anticipi un futuro declino. Non dimostra nemmeno un rapporto di causa ed effetto.
Gli stessi autori presentano il metodo come un possibile strumento di ricerca, da affiancare agli esami già in uso e non da usare al loro posto. Servono studi che seguano le persone nel corso degli anni, in altre lingue e culture e in conversazioni più spontanee.
Che cosa puoi portare a casa
Se ti sembra che la tua voce sia cambiata con l’età, questo studio non è un motivo per allarmarti. La voce si modifica per tante ragioni: stanchezza, un raffreddore, l’umore, alcuni farmaci. Oggi non esistono app o registrazioni in grado di dirti se sei a rischio di demenza.
Il dato interessante è un altro. Il modo in cui parliamo sembra riflettere, tutti insieme, aspetti del cervello, del corpo e della storia sociale di una persona. In futuro una semplice registrazione, poco costosa e ripetibile anche a distanza, potrebbe aiutare la ricerca, soprattutto dove risonanze ed esami di laboratorio sono difficili da raggiungere. Se invece noti in te o in un familiare difficoltà persistenti a trovare le parole o a seguire un discorso, la strada giusta resta parlarne con il medico.
Fonte scientifica
Paper originale: Speech clocks decode dementia phenotypes, social exposome, and biological aging.
Rivista: Science advances
DOI: 10.1126/sciadv.aef9864
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