La notizia in breve
In uno studio condotto in Corea del Sud, presso la University of Ulsan College of Medicine a Seul e pubblicato su Jama Internal Medicine, i ricercatori hanno rilevato che il digiuno non è necessario per la maggior parte degli esami del sangue di routine. L’indagine ha analizzato i risultati delle analisi di 101.148 adulti provenienti da 670 ospedali sudcoreani, suddivisi in tre gruppi a seconda del tempo trascorso dall’ultimo pasto: meno di 8 ore, tra 8 e 12 ore e oltre le 12 ore.
Su 121 test di laboratorio considerati, la maggior parte non ha mostrato differenze cliniche significative in base alle ore di astensione dal cibo. Risultati identici sono stati registrati per emocromo, marcatori della funzionalità renale, elettroliti e la maggioranza degli enzimi epatici. Variazioni rilevanti si sono verificate solo con un digiuno inferiore alle 8 ore, condizione in cui i valori di glucosio risultavano più alti del 10,8%, i trigliceridi del 20,1% e la lipasi del 36,4%, assieme ad alterazioni degli enzimi epatici.
L’analisi ha inoltre evidenziato che estendere il digiuno oltre le 12 ore non ha comportato differenze clinicamente significative rispetto a un intervallo compreso tra le 8 e le 12 ore, non migliorando l’accuratezza dei referti. Alla luce dei dati emersi, gli autori propongono di sostituire l’obbligo generale di digiuno con indicazioni specifiche circoscritte ai singoli test che lo richiedono.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA
Perché il pasto modifica alcuni valori
Dopo un pasto l’organismo entra nella cosiddetta fase post-prandiale: zuccheri, grassi e proteine vengono assorbiti dall’intestino e passano nel sangue, mentre ormoni come l’insulina ne regolano l’utilizzo e il deposito. Per alcune ore la composizione del sangue riflette quindi ciò che si è appena mangiato, oltre allo stato di salute di base.
Non tutti i parametri reagiscono allo stesso modo. Molte grandezze, come il numero di globuli rossi e bianchi, gli elettroliti o gli indicatori della funzione renale, sono mantenute entro limiti stretti da meccanismi di regolazione molto efficienti, e un singolo pasto le sposta poco. Altre risentono direttamente della digestione: la glicemia sale con l’assorbimento dei carboidrati, i trigliceridi aumentano perché i grassi alimentari circolano nel sangue in particelle specifiche prima di essere smaltiti, e la lipasi, enzima prodotto dal pancreas per digerire i grassi, può variare con l’attività digestiva.
Il significato del digiuno nella pratica di laboratorio
L’indicazione del digiuno nasce dall’esigenza di rendere i risultati confrontabili: i valori di riferimento di molti esami sono stati costruiti su persone a digiuno, e un prelievo eseguito in condizioni diverse rischia di essere interpretato in modo scorretto. Per alcuni esami il digiuno resta parte della definizione stessa del test, come la glicemia a digiuno usata nella valutazione del diabete.
Da tempo la medicina di laboratorio discute se questa regola debba valere in modo generalizzato. Per il profilo lipidico, in particolare, diverse società scientifiche considerano già accettabile in molte situazioni il prelievo non a digiuno, riservando il digiuno ai casi in cui i trigliceridi risultano elevati o devono essere valutati con precisione. Esistono anche esami poco influenzati dal pasto, come l’emoglobina glicata, che riflette l’andamento della glicemia nelle settimane precedenti.
Il digiuno prolungato non è più “pulito”
Un digiuno molto lungo non equivale a un campione migliore. Quando l’astensione dal cibo si protrae, l’organismo attiva meccanismi di adattamento, come l’utilizzo delle riserve di grasso, che possono a loro volta modificare alcuni parametri. Anche il contenuto del pasto precedente conta: un pasto ricco di grassi o l’assunzione di alcol influenzano trigliceridi e alcuni enzimi epatici più di un pasto leggero.
Cosa resta da chiarire
Gli studi che confrontano gruppi di persone diverse, prelevate in momenti diversi rispetto all’ultimo pasto, descrivono associazioni su grandi numeri ma non misurano direttamente come cambiano i valori nello stesso individuo. Abitudini alimentari, composizione dei pasti e caratteristiche della popolazione possono incidere sull’applicabilità dei risultati in altri contesti. Per questo il passaggio da una regola generale a indicazioni specifiche per singolo esame richiede una valutazione da parte dei laboratori e delle società scientifiche, che stabiliscono i criteri di preparazione e interpretazione dei test.
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