Cibi ultraprocessati: la verità su quali evitare e gli insospettabili

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Al supermercato, davanti allo scaffale del pane in cassetta o dei cereali per la colazione, può capitare di provare un piccolo senso di colpa. Si legge spesso che i cibi “ultra-processati” fanno male, e l’elenco sembra comprendere quasi tutto ciò che compriamo per risparmiare tempo nelle settimane più piene. Ma è corretto mettere sullo stesso piano un würstel e uno yogurt confezionato? Un nuovo studio sul tumore del colon-retto prova a rispondere, con un risultato meno netto di quanto ci si aspetterebbe e forse più utile.

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Che cosa hanno osservato i ricercatori

Lo studio ha coinvolto oltre 460.000 adulti statunitensi tra i 50 e i 71 anni, tutti senza tumore all’inizio. Ciascuno ha compilato un questionario dettagliato sulle proprie abitudini alimentari, poi i partecipanti sono stati seguiti per quasi vent’anni. In questo periodo sono stati diagnosticati circa 10.000 casi di tumore del colon-retto.

Si tratta di uno studio osservazionale: i ricercatori non hanno assegnato diete diverse, ma hanno messo in relazione ciò che le persone dichiaravano di mangiare con ciò che è successo dopo. Per “ultra-processati” si intendono prodotti industriali ottenuti con ingredienti e procedimenti che non useresti nella cucina di casa. Nel campione rappresentavano in media oltre il 40% delle calorie quotidiane.

Il totale non dice tutto

Considerati nel loro insieme, i cibi ultra-processati non sono risultati associati a un maggior numero di diagnosi. Chi ne consumava di più non si ammalava più spesso di chi ne consumava meno, anche dopo aver tenuto conto di età, fumo, alcol, attività fisica e istruzione.

Il quadro cambia quando si guarda dentro la categoria. Pane, cereali per la colazione e latticini pronti, così come la quota di cereali integrali, fibre, latticini e calcio proveniente da prodotti industriali, si associavano a un rischio un po’ più basso. La carne lavorata e ricomposta mostrava invece l’andamento opposto. Secondo gli autori, queste tendenze contrarie potrebbero in parte annullarsi a vicenda nel conteggio complessivo.

Un’ulteriore analisi ha stimato che sostituire un decimo degli ultra-processati con alimenti poco lavorati si accompagnerebbe a un calo dell’incidenza intorno al 2%. È un dato modesto, da leggere come tendenza statistica e non come garanzia individuale.

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Il messaggio principale è che il grado di lavorazione, da solo, racconta solo una parte della storia. Conta molto anche che cosa contiene quell’alimento. I risultati non introducono regole nuove. Sono coerenti con indicazioni già consolidate per la prevenzione di questo tumore: privilegiare cereali integrali e fibre, includere latticini e calcio, limitare salumi e carni trasformate.

Se il pane integrale confezionato o lo yogurt del frigorifero fanno parte della tua routine, questo studio non offre motivi per sentirti in difetto. Se invece salumi e carni lavorate compaiono spesso nei tuoi pasti, quello è un punto su cui le evidenze, anche precedenti, invitano a riflettere.

Che cosa non si può concludere

Parliamo di associazioni, non di rapporti di causa ed effetto. Fattori non misurati potrebbero aver influenzato i risultati. Le abitudini alimentari sono state rilevate una sola volta, all’inizio, e i questionari basati sul ricordo sono per natura imprecisi. Mancano anche informazioni sugli additivi.

C’è poi il tema della popolazione: adulti anziani, in prevalenza bianchi, arruolati molti anni fa, quando l’offerta di prodotti industriali era diversa da quella attuale. Non sappiamo se le stesse conclusioni valgano per persone più giovani o di altre origini.

Va ricordato infine che lo studio riguarda un solo tumore. Non dice nulla, per esempio, su peso, salute del cuore o diabete, e non dimostra che i cibi ultra-processati siano innocui. Per una valutazione del tuo rischio personale, e per gli esami di screening adatti alla tua età, il riferimento resta il tuo medico.

Fonte scientifica

DOI: 10.1371/journal.pmed.1005251

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