Smettere di mangiare alle 18? Ecco cosa succede davvero al corpo

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Chiudere la cucina presto la sera e lasciare al corpo una lunga pausa notturna è un’abitudine che molte persone provano, spesso sperando in benefici che vanno oltre la bilancia. Forse anche tu ti sei chiesto se l’orologio conti quanto il contenuto del piatto. Un nuovo studio offre qualche elemento in più, con risposte più sfumate di quanto si legga di solito.

Fotoillustrazione realizzata con l’ausilio di software IA

Che cosa hanno confrontato i ricercatori

I ricercatori hanno seguito per dodici settimane 39 adulti con obesità e glicemia già alterata: prediabete oppure diabete di tipo 2 gestito solo con la dieta, senza farmaci. Si trattava di uno studio randomizzato, cioè con assegnazione casuale ai gruppi, e con una particolarità importante. Tutto il cibo veniva fornito dall’équipe, nella quantità pensata per mantenere il peso stabile. Calorie e composizione dei pasti erano quindi identiche. Cambiava solo l’orario.

Un gruppo mangiava in una finestra di 10 ore, con una colazione ricca e una cena leggera entro le 18. L’altro distribuiva i pasti su 16 ore, con il pasto principale la sera e spuntini fino a mezzanotte, uno schema vicino alle abitudini di molti. Questa analisi, condotta in un secondo momento sui dati già raccolti, ha esaminato il comportamento alimentare, gli ormoni legati alla fame e alcuni indicatori di infiammazione.

Peso simile, nessuna differenza negli ormoni

Entrambi i gruppi hanno perso un po’ di peso, in misura quasi identica: circa il 2,7% con la finestra ristretta e il 2,5% con quella lunga. È un calo modesto, arrivato nonostante le porzioni fossero calcolate per non dimagrire.

Anche i questionari sulle abitudini alimentari hanno dato risultati simili. In entrambi i gruppi le persone riferivano più capacità di controllo, meno episodi di mangiare senza freni e meno fame. Una spiegazione plausibile, ma non dimostrata, è che seguire un piano strutturato aiuti di per sé, qualunque sia l’orario.

Sul fronte biologico non sono emerse differenze tra i gruppi. La grelina, l’ormone che stimola l’appetito, non è cambiata. La leptina, legata alla quantità di grasso corporeo, è scesa in tutti, come ci si aspetta quando si perde peso. Gli indicatori di infiammazione, tra cui la proteina C reattiva, sono rimasti stabili.

Perché questi dati vanno letti con cautela

Un campione così piccolo può non accorgersi di differenze reali ma contenute. I partecipanti erano in gran parte donne afroamericane intorno ai 60 anni: non è detto che persone più giovani, uomini o chi ha una glicemia normale rispondano allo stesso modo. Alcuni ormoni importanti per la sazietà non sono stati misurati. Il questionario usato, poi, coglie solo in parte la qualità del rapporto con il cibo.

C’è anche un dato curioso. Nel gruppo a finestra ristretta le risposte individuali erano molto diverse fra loro: alcune persone sembravano trarne vantaggio, altre no. Gli stessi autori ipotizzano che 10 ore possano essere un intervallo troppo ampio per produrre effetti misurabili. Servono studi più grandi per capire chi risponde meglio e perché.

Che cosa puoi portare a casa

Mangiare in una fascia oraria definita può restare una scelta ragionevole, se ti trovi bene: la finestra di 10 ore non ha aumentato la fame ed è stata seguita senza difficoltà particolari. Ma i dati non sostengono l’idea che l’orario, da solo, riduca l’infiammazione o modifichi gli ormoni dell’appetito. Con lo stesso cibo nel piatto, contare le ore non ha fatto la differenza.

Quello che probabilmente conta di più è la regolarità: sapere quando e cosa mangiare può aiutarti a sentirti più padrone delle tue scelte. Puoi orientarti verso lo schema che si adatta meglio ai tuoi orari di lavoro, alla vita familiare e alla stanchezza di fine giornata. Con prediabete o diabete conviene parlarne con il medico prima di cambiare abitudini, soprattutto se assumi farmaci.

Fonte scientifica

Paper originale: Time‐Restricted Eating on Appetite and Inflammation in Adults With Obesity and Prediabetes: A Randomized Feeding Study
Rivista: Obesity (Silver Spring, Md.)
DOI: 10.1002/oby.70270

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