Prevenzione della COVID-19: vitamina D e/o dieta?

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Chi non vorrebbe un rimedio economico e pratico per proteggersi dall’infezione da COVID?

Anche se non necessariamente una prevenzione assoluta, basterebbe forse abbattere il rischio di ospedalizzazione, non credi?

Premesso che questo rimedio esiste e si chiama vaccino, lasciamolo per oggi da parte e concentriamoci su qualcosa verso cui abbiamo maggior familiarità che, ti conosco, potrebbe spaventare di meno.

Parlando con parenti amici ti sarà sicuramente capitato di sentirti consigliare la vitamina D per proteggerti, ma è davvero così?

Non proprio, ma andiamo per gradi.

La vitamina D (ancora una volta)

Getty/The Good Brigade

È praticamente un dato di fatto che bassi livelli di vitamina D in circolo siano correlati ad un aumento dei rischi di salute ma, questo è il punto che sfugge a tanti improvvisati esperti di salute, questo non significa necessariamente che correggere la carenza somministrandola in forma di integratori consenta di ridurre anche il rischio di complicazioni. Anzi, è molto probabile che non sia così, ma andiamo per gradi.

Innanzi tutto non fraintendermi, se sei carente di vitamina D devi integrarla e, per scoprire se sei carente, il modo migliore è mediante un semplice esame del sangue; se hai dei dubbi parlarne con fiducia al tuo medico, probabilmente non potrà prescriverti l’esame attraverso il sistema sanitario nazionale, ma ti aiuterà a capire se possa valere la pena integrarla.

Fatta questa importante premessa torniamo a noi, com’è possibile che se i soggetti carenti corrono un maggior rischio di ospedalizzazione, correggere i valori non sia garanzia di abbattimento del rischio?

La risposta più probabile è che ci sia un fattore a monte responsabile di entrambe queste osservazioni, ma lascia che ti faccia un esempio pratico: poniamo che tuo cugino Goffredo sia un contadino, diciamo un contadino un po’ bohémien che mentre coltiva i suoi campi in modo rigorosamente biologico diffonde Mozart per suo piacere personale e con la convinzione che ne beneficino anche fragole e peperoni. Goffredo si alza tutte le mattine alle 5, lavora nei suoi campi per 12 ore ed è felice, felice perché fa quello che gli piace, felice perché a pranzo si ferma a mangiare sotto un suo melo a mangiare i panini che sua moglie Eugenia gli porta verso l’una, dopo aver personalmente cotto il pane fatto con la farina integrale del suo campo, verdure e hummus. Insieme discorrono di filosofia, musica e magari dei possibili argomenti del prossimo libro di Taleb.

Goffredo è felice, mangia sano, pratica esercizio fisico tutti i giorni all’aria aperta, gode quindi di ottima salute e molto probabilmente avrà livelli ottimali di vitamina D, beneficiando anche nei mesi freddi della scorta che il suo organismo si premura di costituire e mantenere grazie alla quotidiana esposizione solare.

Se Goffredo venisse incluso in uno studio sul legame tra vitamina D e COVID sarebbe con buona probabilità uno di quei soggetti in grado di evidenziare una maggior resistenza al virus e ai suoi effetti, ma lo sarebbe per la vitamina D o per il suo stile di vita?

Questa è ovviamente una banalizzazione del concetto, ma spero che possa aver chiarito il punto; questa è anche un po’ la ragione che sta spingendo diversi autori a definire la vitamina D un marker di salute e non un vero e proprio fattore di rischio per le decine di malattie cui è stata associata negli ultimi anni, salvo ovviamente alcune importanti eccezioni come l’osteoporosi.

Come dimostrare un eventuale legame?

Ma come si potrebbe fare a dimostrare invece che integrare la vitamina D serva a prevenire l’infezione da COVID? Basterebbe prendere 1000 persone, metterle tutte in fila e tirare per ognuna una monetina Se viene testa gli si dà ogni giorno per un mese una pastiglietta di vitamina D, se viene croce uno zuccherino della stessa forma. Ovviamente il paziente deve pensare di assumere la vitamina anche quando si tratta solo di una caramella e così il medico che gliela passa. Questo è il cosiddetto studio randomizzato contro placebo e, se alla fine dei 30 giorni il numero di infetti, di ospedalizzati o di quello che vuoi sarà superiore nel gruppo che ha preso solo caramelle, avrai la prova che stai cercando.

Il problema è che con il COVID è stato fatto non su 1000 persone o più, ma su poche decine, con risultati poco chiari e per ora non riproducibili, oltretutto condotti su soggetti già malati e non quindi in prevenzione del contagio.

È invece uscito da pochissimo un interessante lavoro che si basa sul modello di randomizzazione mendeliana, lo dico per i più tecnici, ma a te basti sapere che si tratta di un approccio non proprio perfetto ma comunque in grado di offrire ulteriori indizi su un possibile legame di causa-effetto tra rischio di infezione e livelli di vitamina D. Purtroppo ancora una volta non è emerso alcun effetto protettivo, sebbene vada detto che ci siano comunque piccoli ed inevitabili punti deboli che non consentano ancora di metterci una pietra sopra.

Tirando le conclusioni, lo ribadisco ancora una volta, se sei carente devi integrarla, è davvero importante, ma non illuderti che ti aiuti nello specifico a proteggerti dal COVID perché probabilmente non è così e pensare di esserne immune potrebbe esporti a comportamenti a rischio e ad una sottovalutazione dei rischio, ecco perché mi sta così a cuore che l’informazione passi in modo corretto, senza contare poi il rischio che se sbagli dosi abbastanza a lungo può andare incontro a complicazioni anche gravi.

E quindi? Cosa puoi fare concretamente?

Sul British Medical Journal, Nutrition Prevention and Health è stato pubblicato uno studio che correla una dieta plant-based e ricca di pesce, ovvero imperniata sul consumo di alimenti di origine vegetale e pesce come fonte proteica animale, con un minor rischio di infezione.

Lo so, lo so, questa correlazione è la stessa che abbiamo visto prima per la vitamina D, ovvero un collegamento che nulla ci dice su un eventuale rapporto di causa effetto, ma è secondo me molto interessante comunque per almeno due ragioni:

  1. Ormai è opinione comune della maggior parte degli autori che una dieta di questo tipo sia ottimale in termini di prevenzione generale, penso a tumori, malattie metaboliche ed eventi cardiovascolari, e quindi dovremmo comunque farla nostra.
  2. È ormai fatto noto che chi rischia di più in caso di infezione sono i soggetti sovrappeso ed affetti da malattie croniche, entrambi aspetti che fondano la loro prevenzione proprio sullo stile di vita.

Nei commenti che ho ricevuto in questi mesi ai miei video tante volte mi sono state fatte notare le mancanze del nostro Sistema Sanitario, gli errori politici e sociali commessi nella gestione della pandemia ed interessanti teorie sulla genesi del virus, ma un comandamento che mi porto dietro da tempo e che cerco di applicare con coerenza nel quotidiano è che quando ho un problema lamentarsi non è una strategia, la causa della rogna potrei anche non essere io, ma se i suoi effetti mi riguardano diventa automaticamente una mia responsabilità e non c’è niente che mi riguardi più da vicino della salvaguardia della mia salute in un momento di grossa pressione sugli ospedali.

In questo posso essere attore, e non uno spettatore passivo, attraverso l’adozione di uno stile di vita sano, anche se questo comporta dei sacrifici.

La dieta, l’attività fisica ed anche la serenità interiore sono aspetti chiave ed imprescindibili, lo sa Goffredo, che per nulla al mondo farebbe cambio con una vita di agi in ufficio, e ne era consapevole già la Scuola Medica Salernitana un millennio fa quando scriveva

Se ti mancano i medici,
siano per te medici queste tre cose:
l’animo lieto, la quiete e la moderata dieta.

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