3 semplici regole per proteggerti dal rischio di demenza

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Introduzione

Inizialmente si tratta di episodi banali:

  • ti dimentichi conversazioni o magari eventi molto recenti
  • perdi il portafoglio e quelle “caspita” di chiavi della macchina non si trovano mai
  • i nomi di luoghi, persone e oggetti sono sempre lì, sulla punta della lingua, ma proprio non ne vogliono sapere di uscire
  • e anche quella parola, come si dice…
  • e poi le domande, si ripetono 2, 3, 4 volte senza ricordare di averla appena fatta
  • prendere decisioni diventa complicato, faticoso, ed anche per questo si diventa meno flessibili e più riluttanti a provare cose nuove.
  • Un po’ di ansia immotivata, un po’ di agitazione o magari di confusione…

Questi sono alcuni dei possibili sintomi iniziali del morbo di Alzheimer, la forma di demenza più comune. Tutti abbiamo purtroppo avuto un’esperienza diretta o indiretta con questa malattia o con una diversa forma di demenza, diventandone tristemente testimoni impotenti.

Perché diciamo la verità, nonostante tutti i progressi che la medicina ha compiuto in questi decenni, di fronte alle demenze siamo ancora sostanzialmente impotenti una volta che sia insorta.

Eppure, eppure, …

Eppure si stima che potremmo prevenire il 40% dei casi di demenza, che vuol dire quasi una persona su due… guarda che non è poco, significa quasi dimezzare i casi…

E non importa quanti anni hai, ci sono strategie che puoi intraprendere fin da subito per ridurre il rischio di sviluppare demenza; come abbiamo spesso scritto, non è mai troppo presto e non è mai troppo tardi per cominciare e ti garantisco che ci sono alcuni aspetti sorprendenti… per esempio lo sapevi che soffrire di problemi d’udito è considerato un fattore di rischio? Ma aspetta, aspetta, aspetta… sto affrettando i tempi, facciamo un passo alla volta.

Prevenire la demenza con una vita piena e attiva

Shutterstock/Ruslan Huzau

Cos’è la demenza

La demenza è una condizione neurologica caratterizzata dal declino di numerose funzioni cognitive, memoria e capacità che spesso diamo per scontate, come il linguaggio e l’orientamento spazio-temporale; ha impatti devastanti di tipo fisico, psicologico, sociale ed economico non solo sul paziente, ma anche ovviamente sulla famiglia e sugli amici che spesso si trovano ad assistere impotenti di fronte al dramma di una persona cara consumata dalla malattia.

Sebbene la demenza colpisca soprattutto le persone anziane, non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento; l’età è sicuramente un fattore di rischio estremamente rilevante ed un medico lo definirebbe non modificabile, nel senso che come un’eventuale predisposizione genetica non possiamo modificarla, ma sono almeno 12 i fattori che invece modificabili lo sono eccome, dipendono esclusivamente da noi.

12 fattori di rischio modificabili

Partiamo dai primi anni di vita, diciamo i primi 20: in questa fascia è stato dimostrato che una maggior istruzione scolastica significa ridurre, anche sensibilmente, il rischio di demenza. Con buona probabilità se mi stai leggendo i 20 anni sono ormai solo un ricordo, questo vuol dire che ci siamo già giocati un punto su 12? Non proprio. Le ragioni esatte di questo collegamento non sono ancora comprese nel dettaglio; è vero che potrebbero essere legate alla stimolazione del cervello negli anni in cui l’organo gode di una maggior plasticità, ma d’altra parte potrebbe essere semplicemente dovuto al fatto che chi ha seguito un percorso di studi più lungo potrebbe essere più predisposto per l’intera vita a cercare continuamente attività cognitivamente stimolanti, come continuare a leggere, studiare, scoprire e appassionarsi di altre forme d’arte. E questo non è prerogativa chi ha studiato. È cioè difficile separare l’impatto specifico dell’istruzione dall’effetto delle capacità cognitive complessive, ma anche dalle conseguenze di queste sul resto della vita.

Secondo alcuni autori in realtà l’istruzione potrebbe essere semplicemente una misura indiretta di una salute migliore, forse addirittura in termini espressamente cognitivi, ma secondo altri è più una sorta di predizione di quella che sarà la traiettoria dei successivi eventi della vita. Mi spiego meglio con un esempio, ma potrebbe avere molte più sfaccettature di quelle che andrò ad esemplificarti: una buona istruzione non è indispensabile per ottenere un buon stipendio, ma aiuta sicuramente. Un buon stipendio significa poter scegliere di vivere in aree poco inquinate o magari acquistare cibi più sani.

D’altra parte un’istruzione formale potrebbe aiutare, non solo economicamente, a comprendere e mettere in pratica l’importanza di uno stile di vita sano.

Ma qui ci siamo spostati nel blocco centrale della vita, ed uno stile di vita sano fa la differenza non solo per il cuore, ma anche per il cervello, con cui condivide ben 6 punti in termini di prevenzione:

Su questi 6 punti non ci perdiamo troppo tempo, perché i meccanismi sono almeno in parte sovrapponibili a quelli che conosciamo fin troppo bene se parliamo d’infarto, ma mi ha colpito molto scoprire che, almeno secondo lo studio che è arrivato a quantificare quel 40% di rischio di cui abbiamo parlato prima, questi sei fattori sommati rappresentano non molto di più del rischio rappresentano dalla perdita dell’udito.

La perdita dell’udito… ma perché è così pericoloso?

Non lo sappiamo con certezza, ma secondo i ricercatori della John Hopkins le ipotesi allo studio sono 3:

Secondo i ricercatori della John Hopkins le ipotesi allo studio sono 3:

  • La perdita dell’udito potrebbe richiede al cervello un continuo sforzo per sopperire a quello che viene perso, a discapito di altre funzioni cerebrali come sistemi di pensiero e memoria.
  • D’altra parte potrebbe accelerare la riduzione del volume del cervello, che fisiologicamente si verifica negli anni.
  • Una terza possibilità è che la perdita dell’udito porti le persone a essere meno impegnate socialmente, ad isolarsi, riducendo così gli stimoli intellettuali di cui il cervello si nutre.

Ovviamente un’ipotesi non esclude le altre, anzi, la terza ci accompagna direttamente ai prossimi fattori di rischio:

Non il semplice cattivo umore, ma una vera depressione patologica, quella che ti fa perdere interesse verso tutti e tutto, quella che ti spinge a non uscire di casa, a perdere il piacere di uscire e condividere l’esistenza con altri è un noto fattore di rischio per lo sviluppo di demenza.

Ci avviciniamo alla fine, ma ne mancano ancora due.

Traumi cranici, ma qui se parliamo di rischi modificabili direi che ci riferiamo soprattutto alle attività sportive che prevedono continui e ripetuti microtraumi, come gli sport da combattimento e il football americano, sebbene nella pubblicazione mi abbia colpito vedere nominata anche l’equitazione.

Ed infine l’inquinamento, purtroppo sì, oltre ai polmoni l’inquinamento ha conseguenze anche sul cervello.

Prima di passare alle conclusioni, con 3 semplici regole, vale la pena di spendere ancora qualche parola su due aspetti che fanno parte dello stile di vita ma che non abbiamo nominato:

  • sonno,
  • dieta.

I meccanismi attraverso i quali il sonno potrebbe influenzare lo sviluppo di demenza rimangono poco chiari; è però tutto sommato abbastanza intuitivo di come eventuali disturbi del sonno possano aumentare il rischio, ma è più curioso notare il rapporto che c’è tra quantità di ore dormite per notte e rischio. Quello a cui ci troviamo di fronte è quanto viene definito curva a U, sembrerebbe cioè che sia dormire troppo, che troppo poco, diciamo meno di 5 ore a notte o più di 10 ore, possa aumentare il rischio, ma insomma, diciamo che per quello che sappiamo ad oggi se al mattino ti svegli riposata e non accusi stanchezza durante il giorno, o più in generale non avverti carenza di sonno, è difficile che tu ti stia sbagliando da questo punto di vista.

Dieta: anche in questo caso potremmo parlarne per ore, ma indovina un po’ quale approccio alimentare viene citato nello studio?

Esatto la dieta mediterranea, come modello esemplificativo di approccio ad alto contenuto di verdure, legumi, frutta, noci, cereali e olio d’oliva, con un ridotto consumo di grassi saturi e carne.

Le tre regole

Ora, prima di concludere chiariamo una cosa importante: una diagnosi di demenza non è mai un’accusa di colpevolezza, anche il più ortodosso dei fanatici dello stile di vita potrebbe sviluppare demenza, perché non tutto è sotto il nostro controllo, ma il fatto che possiamo influire concretamente sul rischio corso è a mio avviso un’opportunità che vale la pena di cogliere.

Tutto quando abbiamo detto finora può essere riassunto con tre regole, tre approcci alla vita che secondo l’Alzheimer Research UK dovrebbero guidarci ogni giorno, sia per fare quanto possibile per prevenire la malattia, sia quando questa dovesse venirci diagnosticata, per alzare la guardia e fare in modo di ostacolarla il più possibile.

  1. Ama il tuo cuore, perché quello che fa bene al cuore fa bene anche al cervello. La cosa bella della prevenzione è che alla fin fine le indicazioni sono sempre le stesse. Prova a farci caso, anch’io ad ogni articolo ti ripeto sempre gli stessi consigli che stanno sulle dita di una mano: smettere di fumare, essere fisicamente attivi e seguire una dieta equilibrata, tutto questo aiuterà non solo a ridurre il rischio di infarto e ictus, ma anche di demenza. E, oh, amare il proprio cuore non significa necessariamente ricorrere a diete drastiche, rinunciare per sempre ad alcuni alimenti o correre una maratona ogni fine settimana, significa semplicemente adottare anche solo gradualmente uno stile di vita più sano.
  2. Rimani attivo mentalmente: Diversi studi suggeriscono che l’attività mentale, così come l’attività fisica, contribuisca attivamente a proteggere il cervello, stimolandolo a creare nuove connessioni anche fisiche tra i neuroni. È come una macchina sportiva, che anche con alle spalle diversi anni ha comunque bisogno di essere portata a spasso vivacemente, è nata per quello. E così il tuo cervello, non rinunciare a capire, studiare ed approfondire cose nuove. Non rinunciare ad attività che ti appagano e che t’impegnano, tutto serve.
  3. Rimani socialmente attivo, questo è il terzo fondamentale appoggio di cui il tuo cervello necessita per garantirsi un solido equilibrio. Non solo l’isolamento sociale è legato a un aumento del rischio di demenza, ma sappiamo anche che continuare a coltivare rapporti interpersonali familiari e di amicizia può aiutarci a sentirci più felici, più sani e più positivi in generale. Che si tratti di alzare il telefono, incontrare gli amici per un caffè o entrare a far parte di gruppi on-line, tutto fa.

Fonti e bibliografia

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